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Conversazioni, registrazioni ok

di Guido Pietrosanti  

Le conversazioni possono essere registrate liberamente, se i dati personali registrati non sono destinati alla comunicazione sistematica e alla diffusione. Le registrazioni sono ammesse anche in queste ipotesi, se comunicazione e diffusione sono dirette alla tutela di un diritto. Il nulla osta arriva, per le persone fisiche, dalla pronuncia della Corte di cassazione n. 18908, dello scorso 13 maggio.

Secondo questa sentenza «non è illecito registrare una conversazione perché chi conversa accetta il rischio che la conversazione sia documentata mediante registrazione, ma è violata la privacy se si diffonde la conversazione per scopi diversi dalla tutela di un diritto proprio o altrui». In effetti, il reato di trattamento illecito di dati personali è contemplato dall'art. 167 del codice in materia di protezione dei dati personali, con riferimento a una pluralità di condotte accomunate dalla finalità di trarre un profitto (per sé o per altri) o di recare ad altri un danno. Nel caso esaminato dai giudici, la sussistenza del reato andava verificata con riferimento alla disposizione che condiziona il trattamento dei dati al consenso dell'interessato. Si tratta dell'art. 23 del codice, per la cui violazione l'art. 167 prevede la reclusione da sei a diciotto mesi, che aumenta (da sei a ventiquattro) se il fatto consiste nella comunicazione e diffusione dei dati personali. In effetti, mentre si applicano in ogni caso le disposizioni in tema di responsabilità e di sicurezza dei dati di cui agli articoli 15 e 31, le altre disposizioni (a quanto puntualizza il comma terzo dell'art. 5) del codice si applicano al trattamento effettuato da persone fisiche esclusivamente per fini personali, solo se i dati sono destinati ad una comunicazione sistematica o alla diffusione. Conseguentemente tornando alla questione in esame – ha rilevato la Cassazione – se i dati oggetto della conversazione non sono destinati alla comunicazione sistematica o alla diffusione, possono essere liberamente trattati (e dunque, anche, registrati) senza dover informare l'interlocutore e senza doverne avere il previo consenso.

Peraltro il nulla osta non ha trovato applicazione al caso concreto affrontato. La Suprema corte ha infatti confermato il decreto di convalida di sequestro probatorio di una penna, dotata di microfono e telecamera incorporati, utilizzata da un investigatore per registrare due conversazioni rispettivamente con un maresciallo della Finanza all'interno degli uffici e, con un maggiore, in un bar adiacente agli uffici. Infatti – rileva la Cassazione – la motivazione del decreto di sequestro probatorio, perché sia legittimo, più che all'esistenza e alla configurabilità del reato (il cui accertamento è riservato alla fase di merito), deve far riferimento alla natura e alla destinazione delle cose da sequestrare, che devono essere qualificabili come «corpo del reato» o come «cose pertinenti al reato».

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