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Contrordine Ocse il mercato del lavoro in Italia è meno rigido che in Germania

Tutta colpa del Tfr. E di un errore dei ricercatori dell’Ocse. Perché la diffusa convinzione che il mercato del lavoro italiano sia più rigido tra quelli dei paesi più sviluppati nasce da lì. Dal fatto che all’inizio degli anni Novanta l’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico con sede a Parigi, considerò il Tfr, il trattamento di fine rapporto, istituto sconosciuto in tutti gli altri ordinamenti, come una sorta di indennizzo per il licenziamento. Cosa che invece non è. Il peso (e il costo) del Tfr condizionò però tutti i dati con il seguente, stranoto risultato: in Italia ci sono troppi vincoli al licenziamento; il mercato del lavoro è troppo rigido.

Poi, quasi dieci anni dopo, l’Ocse ritornò sui suoi passi, senza alcun clamore però, dopo che l’errore era stato denunciato dalla Banca d’Italia e anche da un giovane studioso del diritto del lavoro della Bocconi di Milano, Maurizio Del Conte. L’Ocse ricalcolò l’indice di rigidità del mercato del lavoro italiano. Per scoprire, fin da allora, che il livello di protezione, articolo 18 dello Statuto dei lavoratori compreso, non è affatto superiore a quello di molti nostri concorrenti. Non lo è di certo rispetto alla Germania, al cui modello ora tutti dicono di ispirarsi. Ma anche all’Olanda e alla Svezia. Mentre può fare poco testo il Portogallo che comunque ha maggiori rigidità di noi. «Il luogo comune, però, è rimasto. Noi continuiamo ad essere il paese dei luoghi comuni sul mercato del lavoro», commenta Emilio Reyneri, sociologo del lavoro all’Università di Milano Bicocca.
Torniamo all’Ocse, alle tabelle dell’organizzazione parigina. Nel 2013 l’Ocse assegna un indice 2,51 all’Italia relativamente alla protezione che viene accordata a un lavoratore con contratto a tempo indeterminato. Protezione che riguarda soprattutto le tutele di fronte al licenziamento. Più l’indice è alto, più rigido è il mercato. Bene, la Germania ha un indice pari a 2,87, superiore al nostro. E superiori a quello italiano sono pure gli indici dell’Olanda (2,82), uno dei paesi della cosiddetta flexsecurity, e della Svezia (2,61), classico paese nordico dal welfare pesante. Ed è interessante osservare che tra il 2012 e il 2013 l’indice è rimasto invariato in Germania, Olanda e Svezia, mentre è calato proprio da noi (era stabile a 2,76 fin dal 1985) per effetto della legge Fornero sul lavoro che ha modificato non poco, e per la prima volta, la vecchia versione dell’articolo 18, lasciando la possibilità del reintegro automatico nel posto di lavoro solo nel caso di licenziamento discriminatorio e affidando al giudice l’eventualità di decidere il reintegro anziché l’indennizzo monetario nel caso di licenziamento motivato con ragioni economiche evidentemente fasulle.
Ma ad incrinarsi nelle tabelle dell’Ocse è anche un altro luogo comune: quello sulla scarsa flessibilità, rispetto agli altri paesi, dei nostri contratti per entrare nel mercato del lavoro. In particolare l’Ocse ha preso in considerazione i vincoli che un datore di lavoro si trova davanti quando intende ricorrere al contratto a tempo determinato. L’Italia — prima però dell’ultimo intervento legislativo del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, che ha liberalizzato i contratti a tempo, abolendo le causalità e consentendo tre proroghe in cinque anni — è (era, probabilmente) poco sopra la media Ocse: 2 contro 1,75. Ma ben più rigida è ancora la Francia (3,63), mentre la Germania si colloca esattamente un punto sotto l’Italia. La Norvegia è a 3 come la Spagna. Quella dell’Italia è stata una discesa ripida verso la flessibilità se si pensa che prima del pacchetto Treu (1997) il relativo indice Ocse era 4,75.
«Il problema cruciale è dunque un altro», spiega Reyneri. Ed è evidenziato anche questo in uno studio dell’Ocse del 2009 dove si analizzano i tempi di durata dei processi nelle cause di lavoro. In Italia durano in media circa 24 mesi, 12 mesi in più circa che in Francia o in Svezia. Sopra l’asticella dei 20 mesi siamo insieme a Slovacchia e Repubblica Ceca. In Germania durano intorno ai quattro mesi. In Italia si va in appello in più del 60 per cento dei casi, in Germania in meno del 5 per cento. E se fossero queste le vere anomalie italiane? E se fosse per queste ragioni che gli investimenti esteri arrivano con il contagocce in Italia e la colpa non fosse dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori?
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