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Il controllore severo che si è scontrato anche con la “sua” Bankitalia

Sin dagli esordi Andrea Enria ha mostrato assoluto rigore nell’esercizio del suo ruolo di supervisore. Quando eseguì da presidente dell’Eba gli stress test nel 2011, in un momento tormentatissimo per le banche, devastate dalla crisi dei subprime e sotto pressione per la stretta sul credito in cui le aveva spinte l’ondata di sfiducia che attanagliava il settore, non ebbe timore di puntare il dito contro otto banche che non avevano i requisiti di capitale necessari per essere definite solide e aveva segnalato un “buco” da 2,5 miliardi. Altre sedici, aveva segnalato inoltre, erano sull’orlo dell’insufficienza.
Una pagella che aveva fatto innervosire qualcuno persino ai piani alti della Bce, dove l’allarme per un possibile effetto pro-ciclico degli stress test su un quadro inquieto era alto. Enria aveva dovuto lavorare, oltretutto, in condizioni complicatissime, nell’incertezza sull’accuratezza dei dati forniti dai singoli regolatori, insomma nella solita cacofonia europea.
L’italiano dimostrò soprattutto qualche anno più tardi, quando l’Europa stava avviando finalmente la Vigilanza bancaria unica e aveva avuto bisogno di sottoporre ancora una volta, preliminarmente, gli istituti europei a uno “screening” accurato, di essere capace di dimenticarsi il suo passaporto. Sette banche italiane erano finite nel mirino della cosiddetta “Asset quality review”, provocando un duello a distanza con la Banca d’Italia, che fece notare come l’esame si fosse svolto su un’esercizio precedente a un’ondata di ricapitalizzazioni che avevano irrobustito le banche italiane.
Insomma, se dalla stessa Banca d’Italia, dove Enria aveva lavorato ai tempi della presidenza Draghi, arriva a microfoni spenti la descrizione dell’economista spezzino “come un uomo rigoroso e indipendente, dai modi gentili”, non è una formula vuota. Anche sul nodo delle sofferenze, particolarmente spinoso per il nostro Paese, Enria si è sempre dimostrato severo. Che l’europarlamentare leghista Zanni gli abbia negato il suo voto al Comitato Affari economici del Parlamento europeo e abbia dimostrato lo scetticismo dell’attuale governo nei confronti di un banchiere affatto manovrabile, è solo l’ennesima dimostrazione della sua impermeabilità ai richiami della politica. Un lasciapassare perfetto, per la poltrona dove è stato chiamato ora.
Classe 1961, sposato, riservatissimo sulla sua vita privata, Enria si è laureato alla Bocconi e ha conseguito un master in economia a Cambridge. Per dieci anni ha lavorato in una delle fucine più autorevoli per gli economisti italiani, in Banca d’Italia, e dopo una breve parentesi in politica, negli anni Novanta, è tornato a Francoforte, in Bce. Nel 2004 si è spostato a Londra per assumere il ruolo di primo segretario generale del nuovo Comitato delle autorità europee di vigilanza bancaria (Cebs). Nel 2008 è tornato in Italia per diventare capo della Vigilanza in Banca d’Italia. Un anno più tardi, quando Draghi si è spostato a Francoforte per assumere la presidenza della Bce, Enria è nuovamente tornato a Londra per avviare un’altra istituzione europea, l’Eba, che ha guidato per due mandati.
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