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Controlli, attese e prudenza a Milano

Milano s’interroga al semaforo di corso Vercelli negli specchietti dei motorini, prima erano il trucco e la barba adesso son le mascherine: tira su, sposta a destra, copri meglio il naso. Milano insegue al parco Palestro le bolle di sapone ma a distanza ravvicinata, guai ad avvicinarsi a quella farfalla e lambire quel cespuglio, urla la mamma che corre dietro alla figlia. Milano torna ovunque all’antico, dominante rumore, che oggi 4 maggio pare perfino primitivo: il clacson. Ripresa c’è stata, ma ordinata e contenuta. E tendenzialmente al rifugio dentro le macchine.

Forse più la paura che la prudenza, o forse entrambe. Sia come sia aiutano a raccontare questo lunedì che qualcuno, senza far bene i conti, alla vigilia pensava sarebbe stato catastrofico. Specie sui mezzi pubblici. Ecco, fin dal mattino i mezzi pubblici sono rimasti esclusi da congestioni. Due fasce orarie leggermente critiche, ma era il minimo: in stazione Centrale intorno alle 6.30 e sui metrò verso le 7.30. Lo scalo ferroviario non era mai stato così nemmeno nelle stagioni a rischio attentati: vigilantes sul perimetro, rigorosi percorsi d’accesso e d’uscita, quindi poliziotti e militari, primo check-in dei biglietti, secondo check-in…; per la cronaca, le code frettolosamente catalogate come esodo selvaggio verso il centrosud erano composte da donne e uomini con destinazione Roma, Napoli e Salerno per riunioni e mansioni professionali. Quanto al metrò, alta frequenza dei passaggi dei convogli eppure rari ingolfamenti ai tornelli e men che meno resse sulle banchine, pianificazione dei vertici com’era logico che fosse ragionando sulla coincidenza con i treni regionali e dunque una maggior necessità di vagoni, e 300 dipendenti dell’Atm in giro a controllare. Ancora meglio, o forse peggio, dipende del resto dai punti di vista — è pur sempre gente in meno in movimento verso il lavoro — sulla superficie: bus vuoti o semivuoti.

L’eccezione

Sui mezzi pubblici qualche criticità soltanto nella fascia oraria delle 7.30

Non c’è tempo (e rimane un esercizio retorico) per crogiolarsi sulla disciplina, stato di necessità piuttosto che virtù, conseguenza e non nuovo stato dell’animo. Sarebbe strano il contrario dopo mesi di dolore e angoscia e panico, e di informazioni recepite anche dall’ultimo che s’interessa su come vada il mondo: ciò premesso, camminando e guidando per strada, l’utilizzo delle mascherine rasenta percentuali altissime, idem il rispetto, anche esagerato, ma non guasta, dei metri di separazione tra quello davanti e quello dietro fuori dai fornai e dai supermercati; semmai, ancora parlando dei bus, laddove sono obbligatori difettano i guanti. Non se ne trovano proprio, e se sì hanno prezzi da rapina. Il sindaco Giuseppe Sala e il governatore Attilio Fontana sono uniti nel doveroso e apprezzato elogio dei comportamenti. Giusto. Dopodiché ogni giorno ha il suo destino e oggi vedremo se gli atteggiamenti si confermeranno oppure no, fermo restando che l’attuale chiusura di scuole, università, negozi, e la conferma nella modalità smart working di gran parte delle aziende spiegano la fisiologia delle presenze ridotte. Basta un dato: Trenord, massimo vettore di pendolari, ha registrato un’affluenza del 25% con picchi del 30% negli orari di punta. Anzi, in quelli che un’era fa, prima della pandemia, classificavamo come tali. Una gestione senza patemi, pur con un progressivo pericoloso affollamento nei parchi, anche per le pattuglie di carabinieri e poliziotti, alla finestra per avvistare effetti collaterali delle riaperture. Prudenza e attenzione. Che poi sono le parole (e le linee) guida di tutti noialtri civili contro il Nemico. D’accordo i clacson, e la ricomparsa di seconde file e quattro frecce, ma le sirene delle ambulanze ancora non sono un suono ovattato. E ancora non è un popolo in bici: manca una seria statistica, affidiamoci a quanto visto qua e là; l’impressione è che la preferenza sia per le macchine a prescindere. Dell’inquinamento ci occuperemo più avanti, adesso è il momento di rifiatare. Forse.

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