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Controlli a distanza sui lavoratori, è scontro

Il no è netto. Viene dalla Cgil. Ma anche da Cisl e Uil. No alle nuove regole del Jobs act che allargano le maglie dei controlli a distanza nei luoghi di lavoro. Tramite telecamere, per intenderci. Ma anche pc, cellulari, gps e strumenti elettronici in genere. Perplesso anche Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera: «Confidiamo nella capacità di discernimento del ministro Poletti». 
A scatenare il timore dell’arrivo del grande fratello in azienda è uno dei quattro decreti legislativi in attuazione del Jobs act. Il testo è oggi all’esame delle commissioni lavoro di Camera e Senato, deputate a esprimere un parere non vincolante. Poi il provvedimento sarà varato dal consiglio dei ministri che deciderà se introdurre eventuali modifiche.
Autorizza il ministero
Nel merito, il testo cambia l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori nel punto in cui vieta l’uso apparecchiature per controllare a distanza i dipendenti. In pratica, le aziende potranno installare telecamere o altri strumenti che permettano il controllo a distanza anche senza un accordo con il sindacato: basterà un’autorizzazione delle Direzioni del lavoro, i distaccamenti territoriali del ministero.
La novità sta anche nell’uso che potrà essere fatto delle informazioni raccolte tramite telecamere, cellulari, pc, tablet o gps. Quindi tramite strumenti usati ogni giorno per lo svolgimento dei propri compiti. «Il datore di lavoro potrà usare i dati a sua disposizione anche per fini disciplinari – spiega Maurizio Del Conte, giuslavorista consigliere della presidenza del Consiglio –. Se necessario gli stessi dati potranno essere esibiti in giudizio».
Sanzioni disciplinari
È chiaro che si parla di dati e informazioni che i datori di lavoro possiedono già oggi. «Certo – spiega Del Conte –. La differenza è che oggi il datore di lavoro può usare in giudizio le registrazioni di una telecamera soltanto quando ciò serve a dimostrare che ha subìto un danno, come per esempio la sottrazione di un bene. Con le nuove regole, invece, l’uso diventa più ampio. Con due vincoli, però. L’azienda deve informare il lavoratore sulle informazioni che ha a disposizione. E le stesse informazioni non devono essere utilizzate per ledere la privacy».
Semplificando: oggi il principale può usare in giudizio le immagini che riprendono un dipendente che ruba in azienda. Da domani potrebbe usare le stesse riprese anche per richiamare chi passa troppo tempo a chiacchierare in corridoio. O chi doveva fare un certo numero di consegne mentre il gps dimostra che è andato in un posto soltanto.
Garante della privacy
Dal canto suo Cesare Damiano legge nel testo una forzatura nell’utilizzo della delega scritta nel Jobs act. «La delega prevede un controllo sugli impianti e non sulle persone. L’uso dei nuovi strumenti tecnologici come cellulari e tablet non può essere contemporaneamente strumento di controllo sull’attività dei lavoratori». Secondo Damiano «buonsenso vorrebbe che il governo affidasse questa regolazione alla contrattazione delle parti sociali».
Il gancio viene preso al volo dai sindacati. Per la Cisl parla Annamaria Furlan: «La norma va cambiata. Questi aspetti devono essere regolati tramite la contrattazione, innanzitutto quella di prossimità». La segretaria nazionale della Cgil Serena Sorrentino parla di «colpo di mano del governo»: «Daremo battaglia in parlamento e verificheremo con il garante della privacy se un intervento del genere si può consentire». Anche la Uil punta sul ruolo della contrattazione. Contesta il segretario Guglielmo Loy: «Ancora una volta si introduce una deregolamentazione che va a solo vantaggio dell’impresa».
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