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Contro le liti civili temerarie sanzioni pecuniarie equitative

Mediazioni obbligatorie disertate. Proposte conciliative o inviti alla negoziazione assistita non considerati. Ricorsi per Cassazione che ricalcano i motivi respinti in appello. Ipoteche iscritte per crediti inesistenti. Sono alcune delle liti temerarie che fanno lievitare la mole dei procedimenti pendenti rallentando i tempi della giustizia. Ma che i giudici, sempre più sovente, sanzionano.

Responsabilità aggravata

Per scoraggiare l’abuso del processo, l’articolo 96 del Codice di procedura civile disciplina la responsabilità processuale aggravata, stabilendo che il giudice possa condannare a risarcire i danni la parte soccombente che abbia agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave (comma 1) o chi abbia eseguito un provvedimento cautelare, trascritto una domanda, iscritto un’ipoteca giudiziale o avviato l’esecuzione forzata in base a un diritto inesistente (comma 2).

Sempre l’articolo 96 del Codice di procedura civile, al comma 3, stabilisce che quando il giudice si pronuncia sulle spese può condannare anche d’ufficio la parte soccombente a pagare alla controparte una somma di denaro equitativamente determinata. In quest’ultima ipotesi, però, la sanzione scatta a prescindere dal dolo o dalla colpa grave a fronte di un contegno oggettivamente valutabile come abuso del processo.

Proprio il comma 3 è oggetto di alcune proposte di modifica, presentate dal Governo al Ddl delega sul processo civile, che aspetta di riprendere l’esame in commissione Giustizia al Senato: il testo è all’ordine del giorno della seduta di domani (ma nell’esame potrebbe essere preceduto dalla riforma penale, già approvata alla Camera, e dal decreto legge sulla crisi d’impresa). In particolare, l’emendamento del Governo prevede di circoscrivere l’applicazione del comma 3 dell’articolo 96 alle parti soccombenti che hanno agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave (con sanzioni pecuniarie fino al doppio delle spese liquidate e, a favore della cassa ammende, non superiore a cinque volte il contributo unificato). Novità contestate dagli avvocati, tanto che la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha annunciato di essere pronta a ritirare l’emendamento, pur affermando che su questo si è creato un equivoco, dato che «mirava a limitare la discrezionalità del giudice».

I casi

Spesso la responsabilità processuale aggravata è legata al rifiuto dei percorsi alternativi di risoluzione delle controversie. Così, ad esempio, è stata condannata a pagare la somma individuata dal giudice in un importo pari alle spese liquidate la parte che ha mancato di riscontrare quattro raccomandate di controparte, tra cui l’invito alla negoziazione assistita (Tribunale di Napoli, 5002/2021). Analogamente, è stata condannata a pagare una somma pari al compenso di causa liquidato anche la parte che – seppure non sia tenuta ad accogliere la proposta di conciliazione formulata dal giudice – non la prenda neanche in considerazione, assuma un atteggiamento di totale disinteresse o la rifiuti irragionevolmente (Tribunale di Roma, 9386/2021). E il Tribunale di Perugia (sentenza del 4 maggio 2021) ha condannato a pagare alla cassa delle ammende una somma pari al contributo unificato il convenuto alla mediazione obbligatorio che si rifiuta di intessere una discussione spegnendo sul nascere ogni possibilità di confronto, come se avesse disertato l’incontro.

Rientra, inoltre, nel perimetro dell’articolo 96 intraprendere la via forzata iscrivendo un’ipoteca giudiziaria muniti di decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo emesso per un credito inesistente (Tribunale di Torino, 1335/2021). Ed è abuso del processo formulare un ricorso per cassazione impostato su motivi palesemente infondati poiché ripetitivi di tesi già confutate in appello (Cassazione, 11229/2021).

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