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Contributivo alla Camera

di Gianni Trovati

La riforma delle pensioni assedia gli ultimi fortini del sistema retributivo fra i dipendenti, e ieri ha espugnato quello della Camera dei deputati. La novità arriva dalla riunione dell'ufficio di Presidenza, che ha esteso ai circa 1.700 dipendenti di Montecitorio il contributivo pro rata per tutti i versamenti effettuati dal 1° gennaio scorso, come accade ai dipendenti delle aziende e delle altre amministrazioni pubbliche dopo la riforma Fornero. «Siamo il primo organo costituzionale che si adegua alle nuove regole», ha sottolineato all'uscita Antonio Leone, vicepresidente della Camera, e ora si attende una mossa analoga per i 960 in organico al Senato e per gli 843 del Quirinale (che aveva annunciato la mossa a dicembre, all'indomani del Dl «Salva-Italia»).
Il passaggio al contributivo, oltre a evidenti ragioni di opportunità, serve anche a frenare un'impennata della spesa per pensioni che negli ultimi anni è stata vertiginosa, nonostante la riforma di fine 2010 che aveva portato a 60 anni l'età minima per la pensione di anzianità. I ritocchi previdenziali, si sa, hanno però effetti a medio termine, per cui nel frattempo la spesa è passata dai 167,7 milioni messi a bilancio nel 2008 ai 209,7 iscritti nel 2011 (con un aumento del 25% tondo). Insieme al contributivo pro rata, la riforma concordata con i sindacati introduce nella previdenza del Palazzo altri ingredienti presi di peso dalla riforma Fornero: cresce a 66 anni per arrivare a 67 dal 2021 l'età per la pensione di vecchiaia (seguendo un sentiero analogo a quello tracciato dagli adeguamenti automatici in base alla speranza di vita introdotti nel 2010 e accelerati dalla riforma di Natale), si attestano a 41 anni per le donne e a 42 per gli uomini le anzianità minime per la pensione anticipata (serviranno comunque 62 anni di età) e si prova a fermare chi ha già ottenuto il diritto all'uscita con le vecchie regole prevedendo un taglio («a partire dal 10% dell'assegno», ha spiegato il questore della Camera, Antonio Mazzocchi) per chi smette di lavorare prima dell'età prevista per la vecchiaia. Naturalmente, occorrerà attendere il correttivo ufficiale al regolamento previdenziale (che Montecitorio, peraltro, non pubblica sul proprio sito istituzionale) per valutare il grado di coerenza effettiva con la disciplina delle pensioni "normali", dove per esempio gli adeguamenti automatici sono destinati a portare l'età di vecchiaia ben oltre i 67 anni dal 2021.
Non è solo la spesa per le pensioni, però, a essersi ingigantita negli ultimi anni di Montecitorio. Tra 2007 e 2011, infatti, anche il peso delle retribuzioni si è moltiplicato, passando da 209,7 a 235,5 milioni (un dato che segna un aumento del 12,4%, e che fissa a quota 138mila euro all'anno il rapporto fra spesa e dipendenti in organico). La corsa si è fermata alla fine del 2010 per un altro «adeguamento», quello che ha applicato anche alle buste paga di Montecitorio la cura prevista per gli altri dipendenti pubblici, dal contributo di solidarietà (5% della quota di stipendio lordo sopra 90mila euro annui, e 10% per quella superiore a 150mila euro) al congelamento di contratti e aumenti individuali. L'esigenza, però, è ora quella di alleggerire la spesa, e a pagare il conto saranno i prossimi assunti: per loro saranno previste nuove «curve retributive» su cui è già avviato il confronto con i sindacati.

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