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Per i contributi non spettanti si rischiano manette e confisca

Contributo a fondo perduto a rischio reato. Seppur il nuovo decreto «Sostegni» non richiami direttamente fattispecie di reato, attenzione a non illudersi che il legislatore abbia deciso di sollevare i richiedenti dal possibile applicarsi di sanzioni penali, anzi in realtà le ha previste espressamente attraverso il testuale richiamo al duro regime sanzionatorio disciplinato l’anno passato dal decreto «Rilancio». Ed ecco che qualora dai controlli emerga che il contributo sia in tutto o in parte non spettante, troverà applicazione, come non è sfuggito di ricordare all’Agenzia delle entrate, l’art. 316-ter c.p. in materia di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, che prevede, nel caso in cui il beneficio superi i 4 mila euro, la reclusione da 6 mesi a 3 anni, nonché la confisca. Senza contare che non può essere a priori escluso lo spauracchio di un più grave illecito, anche a carico dell’ente.

Il decreto Sostegni. Il decreto legge n. 41 del 22 marzo 2021 (c.d. decreto «Sostegni») ha introdotto all’art. 1 un nuovo contributo a fondo perduto destinato a sostenere le attività economiche danneggiate dall’emergenza da coronavirus. Il contributo viene riconosciuto ai titolari di partita Iva che esercitano attività d’impresa e di lavoro autonomo o che sono titolari di reddito agrario, ed è commisurato alla diminuzione del fatturato medio mensile verificatasi durante l’intero anno 2020 rispetto all’anno 2019.

I rinvii al decreto Rilancio. Ma ecco cosa succede se si prova a fare i furbetti, non potendo essere trascurata la disposizione di cui al comma 8 dell’art. 1, secondo cui «si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni di cui all’articolo 25, commi da 9 a 14 del decreto-legge 19 maggio 2020 n. 34, convertito, con modificazioni dalla legge 17 luglio 2020, n. 77, con riferimento alle modalità di erogazione del contributo, al regime sanzionatorio e alle attività di controllo». Dunque, dietro a un rinvio a una serie di numeri apparentemente innocui, si celano i precisi riferimenti al codice penale che già un anno fa il nostro legislatore aveva ritenuto applicabili a chi avesse, comunicando dati non veritieri, ottenuto o comunque provato a ottenere il contributo di cui pur non potesse beneficiare. E ora, a nuove somme stanziate, nuovo rischio di manette per i non aventi diritto.

L’art. 316-ter c.p. L’art. 316-ter c.p., rubricato «Indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato», punisce con la reclusione da 6 mesi a 3 anni, e «salvo che il fatto costituisca il reato previsto dall’articolo 640 bis, chiunque mediante l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero mediante l’omissione di informazioni dovute, consegue indebitamente, per sé o per altri, contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dallo Stato, da altri enti pubblici o dalle Comunità europee».

Solo laddove la somma indebitamente percepita è pari o inferiore a euro 3.999,96, la sanzione penale cede il passo a quella amministrativa del pagamento di una somma di denaro da euro 5.164 a 25.822, con la precisazione che tale sanzione non può comunque superare il triplo del beneficio conseguito.

Il combinato disposto dei due decreti emergenziali. A tale fattispecie di reato ha fatto esplicito riconoscimento il decreto Rilancio all’art. 25, comma 14, precisando che «nei casi di percezione del contributo in tutto o in parte non spettante si applica l’articolo 316-ter c.p.»; ora, mediante plurimi rimandi non certo intellegibili, ma non per questo, ahimè, ignorabili, il decreto Sostegni richiama l’operatività, tra gli altri, proprio di tale comma 14. Dettaglio che non è sfuggito all’Agenzia delle entrate che, con una guida pubblicata nei giorni scorsi, ha ricordato ai contribuenti questo rischio penale che potrebbe scaturire dai controlli.

Elemento soggettivo, tentativo e confisca. Pertanto, istanze da maneggiare con cautela: non si può non evidenziare che, se è pur vero che per l’integrazione del reato è richiesto il dolo, ovvero la consapevolezza da parte del richiedente della falsità del documento o della dichiarazione, della sua strumentalità rispetto all’erogazione e del carattere indebito della percezione, nemmeno salverà dalla condanna l’ipotesi in cui un eventuale controllo dell’Autorità blocchi l’erogazione: infatti è pacifico tra gli interpreti la configurabilità del reato anche nella mera forma tentata, riconoscendosi in tal caso solo un’attenuazione di pena.

Inoltre, in caso di contributo erogato, si applica l’articolo 322-ter c.p., che prevede, con riguardo al reato in esame, che nel caso di condanna o patteggiamento «è sempre ordinata la confisca dei beni che ne costituiscono il profitto o il prezzo», anche per equivalente: infatti, precisa che quando l’ablazione diretta non è possibile, si procede con «la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente a tale prezzo o profitto».

Reati di falso. Essendo l’illecito già punito ai sensi del predetto art. 316-ter c.p., stando alla giurisprudenza più garantista, non troveranno contestuale applicazione i delitti di falso, posto che la Cassazione ne esclude il concorso con il reato di indebita percezione di erogazioni in tutti i casi in cui l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o documenti falsi costituiscono elementi essenziali per la sua configurazione; in altre parole, secondo i giudici di legittimità, l’art. 316-ter c.p. non concorre con quei delitti di falso rispetto ai quali possa dirsi, come sembra rispetto a quello in esame, che ne contenga tutti gli elementi costitutivi (la presentazione di dati falsi quale mezzo per conseguire indebitamente il contributo), dando luogo a un reato complesso rispetto al quale il falso resta assorbito.

Probabilmente proprio per superare l’impasse, il legislatore con il decreto Rilancio, al comma 9 dell’art. 25, ha introdotto un reato di falso ad hoc volto a punire con la reclusione da 2 a 6 anni il mendacio di colui che ha rilasciato l’autocertificazione di regolarità antimafia. E se il decreto Sostegni rinvia pure a questa norma, si ricorda che l’Agenzia ha richiesto la suddetta dichiarazione solo per i contributi superiori a 150 mila euro, possibilità che non tocca questa nuova edizione della legislazione di sostegno, considerato che il decreto fissa proprio il massimo erogabile al suddetto importo.

Truffa ai danni dello Stato. Secondo la clausola di sussidiarietà espressa posta in apertura dell’art. 316-ter c.p., la norma che punisce l’indebita percezione di erogazioni si applica solo quando non sono già integrati gli elementi costitutivi di cui all’art. 640-bis, ovvero del reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, punito con la più dura pena della reclusione da 2 a 7 anni, e che richiede in più che vi sia l’induzione in errore attraverso la messa in atto di artifizi o raggiri.

Non essendo semplice tracciare il confine tra le due fattispecie dal momento che l’art. 316-ter richiede comunque la messa in atto di una condotta di mendacio coscientemente realizzata per ottenere il contributo, la giurisprudenza ritiene sussistente il più grave reato di truffa quando l’Amministrazione compia un’attività di accertamento, già nel corso della procedura di erogazione, circa la sussistenza sostanziale dei requisiti che danno diritto al beneficio. Viceversa si applicherà l’art. 316-ter quando ricevuta l’istanza ci si limiti a una verifica formale di corrispondenza tra i requisiti richiesti per l’erogazione e quelli vantati dal soggetto che ne fa richiesta.

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