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Contribuente-fisco, finisce 3 a 2

Il contribuente può sempre ribaltare le risultanze degli accertamenti bancari fornendo la prova che trattasi di movimentazioni estranee all’attività professionale o d’impresa. Scarse, se non addirittura assenti, invece le possibilità di difesa quando l’accertamento bancario è corroborato da un saldo cassa negativo o da prelievi ingiustificati sul conto corrente aziendale da parte dei soci.

Sono questi, in estrema sintesi, i responsi contenuti nelle ultimissime sentenze emesse dalla sezione tributaria della Corte di cassazione, sulla delicata materia degli accertamenti fiscali assistiti dalle indagini finanziarie.

Si tratta di cinque sentenze emesse negli ultimi mesi, di cui tre favorevoli al contribuente e due all’ufficio delle entrate.

Quello degli accertamenti assistiti dalle indagini finanziarie è uno dei filoni più perseguiti dall’amministrazione finanziaria. Scorrendo l’ultima relazione sul recupero dell’evasione per l’anno 2011 si nota come gli accertamenti per i quali sono state utilizzate le indagini finanziarie sono progressivamente aumentati nel corso dell’ultimo quinquennio, in coerenza con la strategia da tempo perseguita di utilizzare in modo sempre più frequente il particolare strumento istruttorio.

Il livello raggiunto nel 2011, sempre stando alla citata relazione, è più che doppio rispetto a quello iniziale, mentre i risultati si confermano positivi, sia in termini assoluti che con riguardo alla «Maggiore imposta accertata media», che si attesta intorno ai 104 mila euro per accertamento. Siamo dunque di fronte ad uno degli strumenti di accertamento fra i più efficaci nell’azione di contrasto e recupero dell’evasione per il quale il fisco, assistito anche dalla valenza probatoria che supporta le risultanze bancarie, punta con sempre maggiore decisione. Tale valenza probatoria, essendo di natura legale relativa, non impedisce tuttavia la possibilità per il contribuente di dimostrare che tutti o alcuni dei movimenti bancari incriminati, sono giustificati in relazione all’attività d’impresa o di lavoro autonomo esercitata oppure sono rispetto ad essa estranei e non rilevanti. Per ribaltare le presunzioni dell’ufficio il contribuente dovrà opporre alle stesse non semplici presunzioni bensì argomentazioni supportate da prova documentale o quantomeno da indizi o elementi di sicura attendibilità e certezza. È il caso, per esempio, dell’architetto milanese oggetto della sentenza n. 12440 del 18 luglio scorso. Nei confronti di tale professionista il locale ufficio delle entrate aveva infatti spiccato un avviso di accertamento ai fini sia dell’Iva che delle imposte dirette sulla base delle verifiche effettuate sui conti correnti del contribuente.

Sia in primo che in secondo grado il professionista lombardo aveva ottenuto ragione sulla base della circostanza che lo stesso, tramite apposita documentazione probatoria, aveva dimostrato l’estraneità all’attività esercitata dei movimenti oggetto di contestazione.

Circostanza quest’ultima avvalorata anche dalla sezione tributaria della Cassazione secondo la quale il contribuente aveva dimostrato che «… i più importanti movimenti finanziari rilevati dai conti correnti non hanno attinenza con l’attività di architetto ma riguardano operazioni di disinvestimento, rilevando altresì, sulla base della documentazione depositata l’estraneità e la non imponibilità degli importi oggetto di accertamento». È ancora una prova documentale che sconfessa l’accertamento finanziario dell’ufficio e dà ragione al contribuente nel caso esaminato dalla suprema corte con la sentenza n.9574 del 12 giugno 2012.

Qui il documento in grado di vincere la presunzione relativa che assiste i movimenti bancari è risultato essere una perizia contabile, esperita nel corso del connesso processo penale, dalla quale emergeva come una parte dei movimenti effettuati sul conto corrente dal contribuente non potevano essere considerati come dei ricavi non dichiarati. Gli elementi di fatto indicati nella suddetta consulenza contabile disposta nel corso del procedimento penale consentono dunque di contraddire la presunzione di legge, costituendo prova positiva che il conto corrente del contribuente in questione veniva in gran parte utilizzato per movimentazioni di carattere finanziario del tutto estranee all’attività d’impresa. Più sfumato invece, il giudizio fornito dalla cassazione nella recentissima ordinanza n. 18609 del 29 ottobre scorso.

Con tale decisione infatti la suprema corte ha di fatto avallato il giudizio della commissione regionale secondo la quale il contribuente, oltre ad aver documentato che una parte delle movimentazioni bancarie erano riconducibili ad un prestito personale concessogli dal fratello mentre per altre si trattava di rimborsi per erogazioni effettuate in qualità di socio, sulla restante parte, costituita da movimentazioni per contante, si doveva ritenere non sussistente l’evasione in quanto tale modalità di incasso e pagamento costituiva una notoria prassi degli operatori di zona.

Diventa tutto più difficile per il contribuente quando l’accertamento bancario si fonda e trova conferma anche in alcune alterazioni contabili. È quanto contenuto nella sentenza n. 17004 del ottobre scorso nel quale la corte ha legittimato l’accertamento dell’ufficio a carico di una sas basato sulle indagini finanziarie avvalorate dalla circostanza che il conto cassa presentava saldi negativi. In effetti, emerge come nel caso di specie fosse estremamente arduo per la società ribaltare gli esiti dell’accertamento bancario. La contabilità della società secondo i giudici della regionale versava in una condizione di «anarchia contabile e amministrativa» con i registri contabili tenuti «nel peggiore dei modi» e con il conto cassa contanti che nel triennio oggetto di verifica era andato in negativo per ben 248 volte».

Al proposto i giudici della Ctr stigmatizzavano tale situazione del conto cassa precisando come lo stesso non possa essere negativo, semplicemente perché in tale conto affluisce solamente denaro liquido per cui «il conto cassa può assurgere ad una dimensione innaturale soltanto in ipotesi che si sia incassato denaro contante, sia stata omessa la scrittura relativa di entrata in cassa dello stesso dare e, successivamente sia stato fatto uscire dalla stessa con apposita scrittura in avere per una sua utilizzazione».

Sulla base della suddetta situazione la cassazione non ha potuto che convalidare l’accertamento dell’ufficio considerato che la sussistenza di un saldo cassa negativo fa presumere l’esistenza di ricavi non contabilizzati in misura almeno pari al disavanzo stesso.

Anche i prelievi ingiustificati da parte dei soci sul conto corrente della società possono far presumere ricavi in nero a fronte dei quali può risultare arduo fornire una prova contraria. È quanto avvenuto nel caso deciso con la sentenza n. 15236 del 12 settembre scorso.

Troppo blande le argomentazioni difensive dei contribuenti per poter vincere la presunzione legale relativa che assiste gli accertamenti bancari. Anche in questo caso la cassazione ha confermato l’operato dell’ufficio ritenendo che a fronte di movimentazioni ingiustificate sul conto corrente della società da e verso i soci, occorre fornire apposita documentazione probatoria senza possibilità di invertire le presunzioni dell’ufficio con circostanze ed elementi indiziari come quelli sopra esaminati.

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