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Contratto di espansione, la soglia scende a 100 dipendenti

Si abbassa la soglia dimensionale per i contratti di espansione. Lo strumento che consente, tra l’altro, gli esodi incentivati ai dipendenti fino a 5 anni dalla pensione si potrà utilizzare anche nelle imprese con oltre 100 dipendenti. La novità è contenuta in una norma del “pacchetto lavoro”, destinata ad entrare nel Dl Sostegni bis, venendo incontro ad una richiesta unanime che arriva dalle parti sociali.

Sull’abbassamento della soglia dimensionale, da 250 a 100 addetti, che ha un costo stimato tra 200 e 300 milioni di euro, c’è un sostanziale via libera da palazzo Chigi e dal ministero dell’Economia, che puntano sul contratto di espansione come strumento principale di gestione della fase post emergenziale per le imprese alle prese con processi di ristrutturazione o riorganizzazione, in alternativa ai licenziamenti collettivi.

Secondo le simulazioni che il Sole 24 Ore ha chiesto allo studio De Fusco & Partners sull’impatto del contratto di espansione, il passaggio da lavoratore a prepensionato con il contratto d’espansione con un anno d’anticipo dalla pensione riduce il netto in busta in media del 16% per le fasce di retribuzione tra i 30 e i 50mila euro. Ogni anno di ulteriore anticipo comporta una riduzione mensile di 50 euro, con una penalizzazione rispetto alla retribuzione netta che arriva al 27% per chi è a 5 anni dalla pensione. Tutto ciò, ovviamente, considerando che già la pensione ordinaria comporta una decurtazione rispetto alla retribuzione, e senza calcolare la cifra che può essere versata dall’azienda per incentivare l’esodo del lavoratore.

Rispetto all’assegno pensionistico pieno che spetterebbe al lavoratore, se uscisse con la pensione di vecchiaia, la riduzione media mensile è invece dell’8,5%, ma il montante pensionistico complessivo è più alto perché si percepisce la pensione più a lungo. La pensione anticipata ha gli stessi risultati, con la differenza che, quando arriva a raggiungere il diritto alla pensione pubblica, il lavoratore percepisce la pensione come se avesse lavorato (perché il datore di lavoro versa anche i contributi previdenziali utili al conseguimento del diritto alla pensione).

In sostanza considerando la retribuzione annua lorda di 30mila euro (1.650 euro di retribuzione netta mensile), rispetto all’assegno pensionistico “pieno” con il prepensionamento si perdono in media 120 euro mensili (una forbice compresa tra 40 euro e 160 euro, a seconda che l’uscita avvenga ad 1 anno o 5 anni dalla maturazione dei requisiti pensionistici). Per la fascia di retribuzione lorda annua di 40mila euro (2.050 euro mensili netti), rispetto alla pensione piena si perdono mediamente 145 euro (la forbice in questo caso è compresa tra 60 euro e 180 euro, a seconda che si esca 1 anno o 5 anni prima). Per una retribuzione annua lorda di 50mila euro (2.387 euro mensili netti) l’importo medio di riduzione rispetto alla pensione media è pari a 168 euro (il delta, qui, è tra 100 euro e 210 euro, a seconda che si anticipi il pensionamento di 1 o 5 anni).

Accanto al prepensionamento incentivato, il contratto di espansione prevede l’assunzione di personale qualificato per il ricambio generazionale e consente per il resto della platea di lavoratori priva di requisito per lo “scivolo” pensionistico il ricorso alla Cigs con una riduzione media oraria del 30%, e il loro coinvolgimento in piani formativi per l’aggiornamento delle competenze. Sempre nella simulazione dello studio De Fusco & Partners è stata ipotizzata una Cig del 30% per un anno: per i redditi più bassi (30mila euro lordi) la perdita netta della retribuzione annua è pari a 3.300 euro, una cifra grosso modo simile a quella registrata per la fascia di retribuzione annua di 40mila euro lordi (perde 3.331 euro annui) per l’impatto del cuneo fiscale.

Come già detto la manovra 2021 ha abbassato da mille a 500 lavoratori (250 lavoratori per il solo piano di prepensionamento) la soglia minima dimensionale per utilizzare il contratto d’espansione, lasciando scoperte le piccole e medie imprese, a causa della limitatezza dei fondi disponibili (117,2 milioni per il 2021, 132,6 milioni per il 2022, 40,7 milioni per il 2023 e 3,7 milioni per il 2024). Ora con la norma che il governo pensa di inserire nel Dl Sostegni bis il limite dimensionale scende a 100 addetti, includendo così anche le Pmi.

«Il baricentro va spostato sulle politiche attive e la formazione per avere uno strumento per gestire le transizioni occupazionali – sostiene Pierangelo Albini, direttore dell’area Lavoro, Welfare e Capitale umano di Confindustria -. Il contratto di espansione deve aiutare le imprese, anche le piccole e medie, ad affrontare le sfide del futuro, a partire dalla digitalizzazione, con processi di formazione e ricollocazione, anche nella logica di scivolo verso la pensione. Serve uno strumento modulare, accessibile per tutte le imprese».

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