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Contratto bancari, sul tavolo la disdetta

Si è consumata ieri la rottura tra le sette sigle dei bancari e l’Abi sul contratto della categoria. Si va verso una giornata con gli sportelli chiusi a fine gennaio (si parla del 23, del 26 o del 30). L’ultimo sciopero della categoria è stato il 31 ottobre 2013. Più di un anno è trascorso da allora ma la trattativa sul contratto non ha fatto un passo avanti. Anche questo è un segno di relazioni industriali che sempre più difficili in tutti i settori. Non fanno eccezione le banche che in passato avevano goduto di un lungo periodo di pax sindacale: per risalire allo sciopero che precede quello del 2013 è necessario andare indietro di 13 anni. 
Riduzione strutturale del costo del lavoro tramite il ridimensionamento di anzianità e tfr: su questo si è consumata la rottura. In sostanza l’Abi rivendica l’insostenibilità del costo del lavoro in una fase del ciclo economico a tassi di interesse bassi e con una rivoluzione organizzativa in atto dovuta alle tecnologie: più transazioni online uguale meno lavoro allo sportello.
L’Abi sarebbe disposta a restituire con il contratto la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione (si parla di una cinquantina di euro lordi in busta paga) ma punta i piedi su due questioni. La prima: basta scatti di anzianità, che adesso sono otto e valgono circa 50 euro lordi ciascuno. La seconda: riduzione della base di calcolo del tfr in modo da pagare liquidazioni meno ricche.
A corollario di questa visione sta il fatto che, se aumenti ci devono essere, allora sarà la contrattazione aziendale a garantirli là dove possibile.
Ieri le sigle sindacali della categoria pretendevano che Abi togliesse dal tavolo le istanze legate a scatti di anzianità e tfr. O quantomeno smettesse di considerarle una pregiudiziale alla base del confronto. Di questo si è parlato durante una riunione ristretta dalle 9 alle 11 nella sede milanese dell’Abi. Tutto inutile. L’incontro ufficiale è iniziato alle 11.30. Mezz’ora è bastata per mettere nero su bianco la rottura.
A questo punto la posta in gioco è anche la disdetta del contratto, in vigore fino al 31 dicembre grazie a una proroga. Due gli scenari possibili. Se in questo mese di assemblee nelle filiali le diplomazie sui due fronti individueranno uno spiraglio di trattativa, allora le parti potrebbero accordarsi per una ulteriore proroga del contratto fino alla primavera. Se, invece, mancassero punti di convergenza adeguati, si potrebbe verificare lo scenario più temuto. Con la disdetta del contratto già da gennaio.
La durezza del confronto è ben rappresentata dai toni di dichiarazioni e comunicati. Per l’Abi la situazione di stallo che si è creata è dovuta «all’anacronistica indisponibilità dei sindacati a valutare le nostre aperture». «Se essere anacronistici significa fare di tutto per assicurare un contratto degno di questo nome e difendere i posti di lavoro allora sì, siamo anacronistici», risponde Lando Maria Sileoni, a capo della Fabi. Il sindacalista chiude con un «avvertimento»: «Se l’Abi arrivasse alla disdetta del contratto verrebbe meno la governabilità del settore. Scenario che non serve a nessuno».

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