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Contratti, uno non basta

Tutto resta ancora da chiarire. Il Jobs Act ha finalmente trovato la luce dopo tanto parlare. Ora tra promesse disattese e opinabili soluzioni si apprestano a essere definiti i decreti attuativi per chiudere definitivamente la questione e concentrarsi sulle altre riforme necessarie.

Tra i nodi da sciogliere quanto prima c’è la sbandierata questione della rimodulazione di tipologie contrattuali. Un intervento, quello all’interno del decreto Lavoro, che tocca vivamente la consistente cifra di 500 mila soggetti lavorativi, della cui maggioranza non è ancora chiara la sorte. Non sarà la manovra epocale di cui si auspicava la presentazione, ma è comunque un’operazione di maquillage sul mondo del lavoro di notevole intensità. L’aspetto mediaticamente più rilevante e cavalcato giornalisticamente è l’abolizione dei contratti co.co.co. e co.co.pro. a partire dal 1° gennaio 2016. Si tratta di contratti specifici, nati per regolarizzare una tipologia di lavoro che altrimenti non potrebbe essere inquadrata in altra maniera. La diversificazione del mercato, e delle sue aziende, sviluppa forme di collaborazione che per loro natura (ossia per il fatto di non essere prettamente subordinato) necessitano di altra collocazione. È lecito quindi domandarsi come si possa ridurre una tale realtà complessa a un contratto a tempo indeterminato.

Inoltre la corretta osservazione degli operatori del lavoro lascia intendere come non si possano ricondurre i rapporti di lavoro a una sola fattispecie. Tralasciando per ora i co.co.pro., la cui eliminazione non può che agevolare la regolarizzazione di lavoratori sfruttati mediante tecnicismi contrattuali, la questione rilavante è quella relativa ai collaboratori coordinati e continuativi (ossia co.co.co.).

Questi sono noti alle cronache anche nella denominazione di lavoratori parasubordinati, configurandosi come una categoria a metà strada tra il lavoro autonomo e il lavoro dipendente: infatti lavorano in piena autonomia operativa (fatto salvo il vincolo di subordinazione), ma all’interno di un rapporto unitario e continuativo con il committente del lavoro. Risultano perciò funzionalmente inseriti nell’organizzazione aziendale al punto da poter lavorare all’interno del ciclo produttivo del committente (che rimane detentore di prerogative di coordinamento dell’attività del lavoratore con le esigenze dell’organizzazione aziendale). «Fummo noi del Cnai a credere per primi in tale tipologia contrattuale, nell’ormai lontano 1997», afferma il presidente Cnai Orazio Di Renzo, «proprio perché capace di intercettare una precisa tipologia di lavoratori cui necessitavano di un inquadramento ad hoc; ora che si sta decidendo per la chiusura dei co.co.co. mi domando quale sarà la tutela per tutta quella schiera di professionisti impossibilitati a essere integrati nel lavoro subordinato».

La questione cardine è proprio quella spettante la destinazione dei contratti in tale tipologia ancora in essere. Presumibilmente i contratti di collaboratori coordinati e continuativi avranno ancora possibilità di esistenza negli ambiti gestiti da accordi collettivi che sono di fatto gli ambiti che maggiormente usufruiscono di tali contratti (call center, recupero crediti, ricerche di mercato), come anche nell’esercizio di professioni intellettuali. Per tutti gli altri la denominazione scomparirà. Permane però il nodo di lavoratori ancora bisognosi di un inquadramento appropriato. Il primo ministro punta tutto sul «suo cavallo» ossia il contratto a tutele crescenti: all’interno del decreto Lavoro è previsto infatti che tutti i datori privati (nella pubblica amministrazione, fintanto non venga messa mano al settore, i co.co.co. rimarranno fino al 1° gennaio 2017) che assumeranno i collaboratori coordinati e continuativi (e le partite Iva più o meno finte) con il nuovo contratto a tempo indeterminato a «monetizzazione crescente», non potranno subire intenzioni di cause dai lavoratori per quel che concerne la relazione lavorativa precedente all’assunzione.

Le pmi sembrano molto meno fiduciose dell’esecutivo riguardo l’efficacia del nuovo tipo di contratto di porre al riparo i lavoratori di una categoria cancellata con un semplice tratto di penna.

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