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«Contratti più convenienti»

Raggiunta l’intesa sul testo della delega lavoro per i vertici del Pd ora la priorità è non perdere lo slot di gennaio per il varo delle prime misure attuative.
Si parte con il contratto unico a tutele crescenti e l’estensione dell’Aspi, spiega in quest’intervista Filippo Taddei, il responsabile economia e lavoro del Nazareno che ha contribuito alla mediazione finale all’interno della maggioranza.
Professore, l’aspettativa che si è creata sul nuovo contratto è altissima.
È il cuore del Jobs Act e noi ci crediamo totalmente. Il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti deve diventare il centro del nostro mercato del lavoro, un mercato che ha perso un milione di posti dal 2008 al primo semestre di quest’anno e dove i contratti standard tra gli under 35 si sono ridotti del 33%.
Lo schema di incentivi che la Stabilità ha messo in campo è notevole per chi assumerà a tempo indeterminato. È il prezzo che si paga per uscire dalla flessibilità?
Intanto noi non usciamo affatto dalla flessibilità. Il Jobs Act offre uno schema di costi/benefici che punta alla stabilizzazione dei rapporti di lavoro perché è solo con contratti più stabili che si accresce il capitale umano. Con gli impieghi stabili si ha il 40% di probabilità in più di ottenere offerta formativa e di riqualificazione professionale nel corso di una carriera lavorativa. Le aziende devono tornare a investire anche in capitale umano per colmare il deficit di investimenti complessivo: la spesa per investimenti privati è passata dal 21% del Pil del 2008 al 16% attuale, sono 80 miliardi perduti ogni anno. Dopodiché noi non cancelliamo certo i contratti a tempo determinato che abbiamo invece liberalizzato con il decreto di marzo.
Saranno cancellati quelli a progetto.
Confermo. Puntiamo alla trasformazione del maggior numero possibile di collaborazioni in mono-committenza e false partite Iva nel nuovo contratto a tutele crescenti. I primi sono circa 300mila, ne ho uno anche io.
Lei?
Il mio incarico di Assistant Professor in Economics nella sede bolognese della John Hopkins University è un contratto a progetto, come lo era il precedente contratto al Collegio Carlo Alberto di Torino. Attenzione: io non mi considero affatto un precario, anzi. Penso però che il contratto a tutele crescenti diventerà più competitivo ed efficace rispetto a queste forme attuali.
Sul meccanismo per ridurre al massimo la reintegra in caso di licenziamento può anticipare qualche contenuto del decreto?
No. Leggo molte ipotesi in circolazione ma preferisco non commentarle: mi attengo al testo della delega. Il risarcimento sarà crescente e incentivante e le fattispecie disciplinari di reintegra molto specifiche. Preferisco parlare dei diritti in più che daremo con il Jobs Act: ferie, indennità di malattia, scatti di carriera che oggi i cocopro o le finte partite Iva non hanno e che invece avranno con il contratto a tutele crescenti.
Parliamo dell’estensione dell’Aspi e la cancellazione della mini-Aspi, bastano due miliardi?
Due miliardi sono una buona base di partenza. Nel 2015 vogliamo uscire dal sistema della cig e della mobilità in deroga. Insieme con il nuovo contratto partirà la nuova Aspi, che resterà a base assicurativa e sarà progressiva con l’anzianità del lavoratore. Pensiamo di tutelare almeno i circa 300mila co.co.pro che oggi non hanno tutela in caso di perdita del lavoro o i tempo determinato con carriere molto discontinue, con contratti di 3-4-6 mesi in un biennio.
E il riforma della cassa integrazione?
Verrà un po’ dopo, non a gennaio, perché si tratta di mettere mano a una normativa più articolata e complessa rispetto a quella dell’Aspi. Ma è questione di poche settimane dopo, su questo e su tutte le altre misure previste come l’Agenzia nazionale per l’occupazione, siamo determinati.
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