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Contratti e flessibilità, via al confronto

di Francesca Barbieri

Dopo l'avvio a sorpresa, con l'incontro mercoledì scorso della leader della Cgil, Susanna Camusso, il confronto del Governo con le parti sociali entra nel vivo. Il ministro Elsa Fornero vedrà da oggi fino a mercoledì i leader di Cisl, Uil, Ugl e Confindustria. Un giro di consultazioni "informali" per ascoltare le diverse proposte di riforma del mercato del lavoro. L'obiettivo è riempire di contenuti, in tempi rapidi come sollecitato dal premier Mario Monti, il piano d'azione che punta a superare la dualità tra insider e outsider e ricomporre la frattura generazionale che vede i giovani faticare quasi quattro volte tanto gli adulti nella ricerca di un posto (al 30% la disoccupazione giovanile, sotto l'8% quella dei più anziani).
Più tutele per chi perde il lavoro e incentivi all'occupazione: gli obiettivi sulla carta sono chiari. Ma l'attuazione è una corsa a ostacoli, che da un lato dovrà fare i conti con le risorse limitate (improbabile infatti che si possano utilizzare, se non in minima parte, i 20 miliardi che dovrebbero liberarsi nel medio periodo con l'entrata a regime della riforma delle pensioni) e dall'altro con le richieste e i veti posti dai diversi attori in gioco, a partire dai sindacati che chiedono di concertare le riforme e non di limitarsi a esporre semplici proposte. Di certo bisognerà presentare un piano di riforma all'Unione europea, che chiede al nostro Paese di rendere più fluido il mercato del lavoro e aumentare il tasso di occupazione, sempre più al di sotto della media Ue soprattutto per donne (46,2%) e giovani (19,6%).
Gli ultimi dati Istat e le previsioni sull'anno non sono per niente incoraggianti. Secondo un'elaborazione del centro studi Datagiovani per Il Sole 24 Ore, il numero di occupati under 25 è calato di oltre il 24% dal 2007 a oggi e in parallelo è schizzato verso l'alto il numero totale di disoccupati (+36%), con le donne a registrare un +23,5% tra le "iscritte" alle liste di collocamento. Sempre più critici la disoccupazione di lunga durata (che oggi riguarda oltre la metà di chi cerca lavoro), aumentata del 54% dal 2007 al 2011, e il peso degli scoraggiati tra chi ha rinunciato alla caccia al posto (+23,6% nel giro di quattro anni). E per quest'anno tutti gli istituti di ricerca prevedono nubi all'orizzonte: secondo il Centro studi di Confindustria, ci sarà un calo dello 0,6% dell'occupazione destinato a proseguire nel 2013, con l'emorragia di 219mila posti di lavoro nel biennio.
I tempi d'intervento, di fronte a questo scenario, non possono che essere rapidi: la scadenza per presentare il piano sul lavoro fissata da Mario Monti è l'Eurogruppo di febbraio. «Gli ammortizzatori vanno ammodernati – ha detto il presidente del Consiglio –, perché le tutele siano rafforzate in prospettiva di una maggiore flessibilità economica». E va arginata l'eccessiva «segmentazione del mercato che nuoce ai giovani», mettendo ordine tra le formule contrattuali (oltre 40 secondo la Cgil) per rendere più chiara l'identificazione dei lavori subordinati. Le due principali aree d'azione saranno queste.
Per gli ammortizzatori si tratta dell'ennesimo tentativo di restyling (si veda la pagina 2). Accantonata per ora l'ipotesi del reddito minimo garantito – troppo costosa –, appare più praticabile la strada che porta alla razionalizzazione della cassa integrazione (eventualmente attraverso la riduzione della durata), allargando secondo alcune ipotesi i confini di quella in deroga, mentre secondo altre si potrebbe abbattere la distinzione tra cassa ordinaria e straordinaria, autorizzando un unico tipo di sostegno per ciascuna delle cause oggi previste dalla legge. Il nodo da sciogliere sarà in ogni caso la sostenibilità di un sistema che in tre anni ha raddoppiato la spesa nel bilancio dell'Inps (dai 10 miliardi del 2008 agli oltre 20 del 2010) e che coinvolge non solo le risorse pubbliche, ma anche contributi delle imprese e fondi europei. Senza trascurare il legame a doppio filo da costruire con le politiche attive per favorire il reinserimento dei disoccupati.
Sul fronte dei contratti le proposte in circolazione sono molte: unico o prevalente, a tutele progressive, con incentivi al part-time per i lavoratori prossimi alla pensione (si veda Il Sole 24 Ore del 3 gennaio) o apprendistato "erga omnes" per i giovani. Di sicuro ci sarà uno sfoltimento delle formule applicabili ai nuovi assunti, con l'abolizione di quelle più precarie. Su questo versante il vero nodo da sciogliere sarà come rispondere alla richiesta dell'Unione europea che ci chiede una maggiore flessibilità in uscita. L'articolo 18, almeno in questa fase, non sembra tra le priorità da discutere. I numeri del mercato del lavoro, rielaborati da Datagiovani, evidenziano che l'ombrello dell'articolo 18 protegge oltre la metà (il 52,2%) dei dipendenti del settore privato, ma per giovani e donne la flessibilità in uscita è più diffusa, con i primi "protetti" nel 41% dei casi e le seconde nel 45%, perché i due target sono più presenti nelle piccole imprese, dove l'articolo 18 non vale, oltre ad avere più spesso contratti a tempo determinato.

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