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Contratti bilaterali con Bruxelles Roma tratta: ma no a imposizioni

BRUXELLES — Il governo di Enrico Letta apre alla richiesta tedesca di impegni contrattuali vincolanti per l’attuazione di riforme strutturali da parte dei Paesi membri con i conti pubblici fuori controllo. L’Italia ha rivisto il suo iniziale orientamento negativo su questa ulteriore cessione di sovranità a Bruxelles nelle politiche economiche nazionali, voluta soprattutto dalla cancelliera tedesca Angela Merkel per allontanare i rischi di futuri esborsi comunitari a governi con il bilancio dello Stato fuori controllo. Il parere «favorevole» alla linea tedesca è emerso dai negoziati sviluppati tra Roma e Berlino in vista dei vertice dei capi di Stato e di governo dell’Ue del 19 e 20 dicembre prossimi. L’Italia si accontenterebbe di avere in cambio vincoli contrattuali non rigidi e accompagnati da concrete misure di «solidarietà» giudicate adeguate dal Paese obbligato ad attuare le riforme indicate dall’Ue.
Nell’ultimo summit a Bruxelles dell’ottobre scorso Merkel era riuscita a far inserire nelle conclusioni l’impegno a «prendere decisioni nel dicembre prossimo» sui contractual arrangements, che impegnano i Paesi ad attuare le riforme raccomandate da Bruxelles. «Il principio degli accordi contrattuali è stato accettato da tutti», aveva esultato la cancelliera appoggiata da altri premier rigoristi del Nord. Ma Letta, impegnato a sollecitare all’Ue investimenti per il rilancio della crescita, aveva escluso l’accettazione di quello che potrebbe sembrare un «commissariamento» della politica economica nazionale. «Abbiamo la guardia alta su questi temi e nessuna intenzione di fare scelte che sono cedimenti unilaterali», aveva replicato il premier alla cancelliera.
La soluzione di compromesso sviluppata nelle ultime settimane nel negoziato con Berlino, seguito negli aspetti tecnici dal ministro delle Politiche comunitarie Enzo Moavero, prevede ora il via libera dell’Italia agli accordi contrattuali. Le condizioni in discussione risultano principalmente due. La prima è che i contractual arrangements siano sottoscritti dai governi su base «volontaria». Andrebbero poi accompagnati da contributi concreti di «solidarietà», anche per facilitare il consenso dell’opinione pubblica nazionale. Moavero ha confermato il parere «favorevole» del governo di Roma sugli accordi contrattuali e la fiducia di spuntare le condizioni richieste. Letta punta comunque a evitare la conclusione di un accordo così delicato nel summit di dicembre e a far continuare le trattative nei prossimi mesi.
Al momento lo schema seguito da Roma presenta punti deboli. Innanzitutto Merkel fece inserire la scadenza di dicembre proprio per ottenere «decisioni» nel prossimo summit. Un Paese in difficoltà finanziarie difficilmente potrà appellarsi alla volontarietà se avrà bisogno di aiuti finanziari. C’è il precedente della Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario di Washington), che ha imposto pesanti misure di austerità alla Grecia semplicemente minacciando il blocco dei prestiti. Inoltre la grande coalizione tra cristianodemocratici e socialdemocratici, che sta dando vita al nuovo governo Merkel, ha escluso l’emissione di eurobond o altri esborsi analoghi per aiutare i Paesi Ue in difficoltà: restringendo i margini della «solidarietà» collegabile agli accordi contrattuali. In ballo c’è anche un rischio politico, soprattutto in vista delle elezioni europee del maggio prossimo. La cessione di sovranità nazionale, insita nella linea portata avanti dalla Germania, può creare malumori e divisioni all’interno dei partiti italiani di governo. E rischia di diventare un boomerang per l’attuale maggioranza offrendo un argomento al M5S di Beppe Grillo e agli altri schieramenti che contestano l’Europa impostata sul rigore finanziario e sulle misure di austerità generatrici di recessione e disoccupazione.

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