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Contratti a termine, niente liberalizzazione

ROMA — Salta il progetto di un’ampia liberalizzazione dei contratti a termine in vista di Expo 2015. La linea delle imprese — sostenute dal Pdl — non è passata. Il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, ha chiesto ieri alle parti sociali di definire entro il 15 settembre “un avviso comune” sulle eventuali flessibilità contrattuali collegate alle iniziative dell’Expo. Solo se non ci sarà l’accordo interverrà il governo. Ma il ministro si è detto certo che l’intesa arriverà. Nell’agenda di Giovannini sono già stati fissati due nuovi appuntamenti con sindacati e imprese per fare il punto sulla trattativa: il 30 luglio e poi il 29 agosto.
Una soluzione significativamente diversa, dunque, da quella prospettata dal fronte imprenditoriale guidato dalla Confindustria: tre anni di contratti a termine senza specificare le casuali su tutto il territorio nazionale, con la possibilità per le aziende di rinnovare i contratti fino a sei volte per una durata massima di 36 mesi. Il tutto da introdurre con un emendamento (il presidente pdl della Commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi, l’aveva già preparato) al decreto lavoro che ha iniziato in questi giorni a Palazzo Madama il suo iter parlamentare.
Soddisfatti i sindacati che portano a casa il risultano che volevano, perché ridà loro un ruolo centrale e perché dovrebbe impedire ai partiti di “appropriarsi” di questioni che le parti sociali considerano di propria competenza. Nello stesso tempo viene depotenziato il possibile scontro Pd-Pdl sul tema delicato della flessibilità del lavoro. La mediazione Giovannini è stata infatti apprezzata dal presidente pd della Commissione Lavoro della Camera, l’ex ministro Cesare Damiano («la ricerca di un avviso comune è sicuramente la via maestra da seguire», ha detto), ma non da Sacconi che pur annunciando il ritiro di ogni emendamento non condiviso, ha parlato di «veti ideologici», ed è andato giù duro su Giovannini: «È una fuga dalle proprie responsabilità. Questo rinvio — ha aggiunto — è addirittura peggiore della concertazione perché in essa almeno il governo partecipa attivamente al negoziato e può incalzare la responsabilità degli attori sociali. Ora perderemo il treno rapido del decreto, attenderemo inutilmente settembre e dubito che il governo vorrà fare allora ciò che non ha il coraggio di fare ora».
La necessità di una nuova dose di deregulation, secondo Sacconi e gli imprenditori, verrebbe confermata anche dai dati di ieri
dell’Ocse che segnalano per l’Italia un mercato del lavoro in caduta libera con un tasso di disoccupazione destinato a salire nei prossimi anni. È sono soprattutto i giovani le vittime della lunga recessione: i senza lavoro tra i 15 e i 24 sono cresciuti nei paesi Ocse del 4,3 per cento tra l’ultimo trimestre del 2007 e l’ultimo del 2012, ma ben del 6,1 per cento in Italia. Dove il 53 per cento degli under 25 che lavora ha un contratto precario. L’Ocse, inifne, ha promosso la legge Fornero per il tentativo di stabilizzare alcune forme contrattuali e soprattutto per aver reso più flessibili, con la rivisitazione dell’articolo 18, i licenziamenti.

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