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Contratti a termine da 36 a 24 mesi

A meno di dodici mesi di distanza dal decreto Poletti si profila un nuovo intervento (il quarto negli ultimi due anni e mezzo) sui contratti a termine. La durata massima potrebbe scendere da 36 a 24 mesi, e c’è l’ipotesi anche di ritoccare il numero di proroghe, per ridurle da 5 a 3. L’apprendistato di 1° (diploma e qualifica professionale) e 3° livello (alta formazione) avrà una forte semplificazione da concordare con il ministero dell’Istruzione. Ci sarà una fase di transizione per le collaborazioni a progetto che poi verranno cancellate. Stessa sorte toccherà probabilmente al lavoro ripartito (job sharing utilizzato in agricoltura, che conta qualche centinaio di rapporti), che potrebbe essere soppresso insieme all’associazione in partecipazione. Per il lavoro a chiamata è ancora in corso una riflessione, per evitare di penalizzare alcuni settori produttivi (commercio e ristorazione).
Il governo sta mettendo a punto il Dlgs di riordino delle tipologie contrattuali – il terzo attuativo del Jobs act – atteso per il consiglio dei ministri del 20 febbraio – assieme (ministero dell’Economia permettendo) al Dlgs con i nuovi ammortizzatori in costanza di rapporto di lavoro (in sostanza il riassetto della cassa integrazione). Dallo stesso consiglio dei ministri è atteso il via libera definitivo ai primi due Dlgs, ovvero il contratto a tutele crescenti e il nuovo sussidio contro la disoccupazione, il Naspi. In vista di questa scadenza anche eri si è svolta al ministero del Lavoro una riunione tecnica per affinare i testi.
«L’obiettivo – afferma il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei – è quello di promuovere il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, per effetto del mix tra maggiore flessibilità in uscita e incentivi, contrastando l’area grigia dei contratti parasubordinati, che mascherano rapporti di subordinazione». Quanto al lavoro autonomo, saranno aumentate le garanzie per le vere partite Iva (sulla maternità o sui tempi dei pagamenti), mentre si contrasteranno quelle finte. Questa impostazione non piace all’area centrista della maggioranza – Ap e Sc – che la considera in continuità con la legge Fornero. Sul contratto a tempo determinato si profila una modifica piuttosto forte, considerando che il decreto Poletti convertito in legge soltanto a maggio scorso aveva liberalizzato lo strumento in linea con le esperienze europee più avanzate. «Il Governo punta a promuovere il lavoro stabile e l’investimento in capitale umano – spiega Maurizio Del Conte, professore di diritto del lavoro alla Bocconi di Milano e consigliere giuridico del premier Renzi -. L’operazione va valutata nella sua interezza, non si vogliono certo togliere le forme di flessibilità utili alle imprese».
Per quanto riguarda i primi due Dlgs, i pareri (non vincolanti) delle commissioni Lavoro di Camera e Senato arriveranno la prossima settimana, prima della scadenza del 12 febbraio. La commissione Lavoro della Camera, presieduta da Cesare Damiano (Pd), insiste per cancellare l’estensione ai licenziamenti collettivi della nuova disciplina dell’articolo 18 (indennizzo e non più reintegra). Ma l’Esecutivo è contrario.

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