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Contraddittorio «non necessario»

È più importante reprimere l’elusione perpetrata attraverso l’abuso del diritto che rispettare il contraddittorio con il contribuente.
Con un’ordinanza destinata a far discutere (la 24739/13, depositata ieri) la Sezione tributaria della Cassazione ha sollevato questione di costituzionalità sulla nullità prevista dalla legge nel caso in cui l’Ufficio emetta l’avviso di accertamento prima dei canonici 60 giorni concessi al contribuente per la sue difese dal pvc. (articolo 37-bis, comma 4 del Dpr 600/73).
Secondo i giudici (presidente Merone, relatore Bruschetta) è «davvero irragionevole» che la violazione del termine da parte delle Entrate comporti l’invalidità dell’atto fiscale, unico ambito di “severità perentoria” in un contesto normativo che privilegia l’efficacia rispetto alle forme.
La questione era sorta da un avviso di accertamento, appunto, innescato da un processo verbale di constatazione della Guardia di finanza nei confronti della Cassa di Risparmio di Rieti. Siamo nel 1997 e le Fiamme Gialle richiamano a tassazione l’equivalente di 25mila euro di interessi moratori e bollano inoltre come «indebita» la deduzione di circa 750mila euro conseguente alla cessione di crediti svalutati. L’avviso di accertamento viene però notificato nel 54° giorno dal ricevimento della lettera di chiarimenti richiesta alla banca, anomalìa fatta valere davanti alla Ctr che, per questo, nel luglio del 2007 annulla tout court. Da qui parte l’impugnazione dell’Agenzia, articolata in quattro motivi.
L’abuso del diritto
Il punto centrale delle argomentazioni delle Entrate è però sull’abuso del diritto. Visto che con l’introduzione di tale principio (avvenuta per via giurisprudenziale, è bene ricordarlo) «l’Amministrazione può disattendere gli effetti di operazioni compiute essenzialmente per il conseguimento di un vantaggio fiscale», la nullità dell’articolo 37-bis comma 4 del Dpr 600/73 è «divenuta irrazionale».
C’è un salto logico in questa conclusione? Secondo la Sezione tributaria, che ha rimesso gli atti alla Consulta, evidentemente no.
Non a caso il ragionamento della Corte parte proprio dalla nuova figura dell’abuso del diritto – che troverebbe riferimento nell’articolo 53 della Costituzione(sulla capacità contributiva, ndr) – che diventa norma generale (per quanto non scritta, ndr) rispetto alla fattispecie antielusiva del citato articolo 37-bis. «In entrambi i casi – scrive la Sezione tributaria – il fondamento è costituito da un vantaggio fiscale che, per mancanza di causa economica, diventa indebito. Tuttavia, irrazionalmente, soltanto per la ripresa antielusiva (articolo 37-bis citato) è legge che le forme del preventivo contraddittorio debbano essere seguite sub poena nullitatis». E, sul versante opposto, la Corte cita «altre norme che consentono l’inopponibilità di negozi elusivi, ma senza che però vi sia un’analoga previsione di nullità per difetto di forme di contraddittorio. Tra tutte, per la sua frequenza, si rammenta l’articolo 20 del Dpr 131/1986».
Infine, scrive ancora il relatore a sostegno del rinvio alla Consulta, «la giurisprudenza ha sempre inteso che il contraddittorio debba avere carattere di effettività sostanziale e non formalistico». Per esempio, la nullità della notifica dell’atto fiscale si considera sanata, a processo, «quando il contribuente impugni correttamente l’atto».
Spetterà ora alla Corte Costituzionale dare un assetto definitivo alla controversia.

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