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Contraddittorio, l’assenza si paga

Al contraddittorio preventivo da studi di settore il contribuente deve assolutamente partecipare, fornendo prove ed elementi giustificativi dello scostamento.

Le più recenti sentenze della giustizia tributaria affermano, infatti, in maniera quasi lapidaria, che la mancata partecipazione del contribuente all’invito dell’ufficio o la sua presenza inerme costituiscono elemento a favore di quest’ultimo che potrà legittimamente procedere all’accertamento basandosi unicamente sugli scostamenti misurati dallo studio di settore.

Dopo i pronunciamenti delle sezioni unite civili della Cassazione del dicembre 2009, non presentarsi al contraddittorio per gli studi di settore può dunque costare molto caro, anzi carissimo, al contribuente.

Nella tabella in pagina abbiamo riepilogato le più recenti sentenze sia di legittimità sia di merito che evidenziano le problematiche per il contribuente che non partecipa al contraddittorio o vi partecipa senza apportare elementi concreti, ma limitandosi solo ad affermazioni di tipo generico.

Si prenda, per esempio, la sentenza n. 23946 del 15/11/2011 della Cassazione. Qui i giudici hanno evidenziato come il fatto che il contribuente abbia scelto di non partecipare al contraddittorio preventivo con l’ufficio costituisca un elemento che legittima il successivo avviso di accertamento inviato dall’ufficio al contribuente, fondato esclusivamente sulla valutazione parametrica del software Gerico.

In casi del genere, precisa la Suprema corte, resta impregiudicata la facoltà del contribuente di provare, nel corso del giudizio tributario, l’inattendibilità delle valutazioni effettuate dallo studio di settore, anche con il ricorso a presunzioni semplici, e il contemporaneo potere del giudice di effettuare la valutazione comparativa degli elementi di prova addotti dalle parti.

Sulla stessa linea si pone anche la sentenza n. 14365 del 30/6/2011 con la quale la Corte di cassazione ha respinto il ricorso di un avvocato che chiedeva l’annullamento dell’accertamento notificatogli dall’ufficio poiché basato unicamente sulle risultanze dello studio di settore. Anche in questo caso, si legge in sentenza, il contribuente, seppur ritualmente invitato dall’ufficio al contraddittorio, aveva deciso di non presentarsi.

In una tale ipotesi, ribadisce la Cassazione, tenuto conto dell’insegnamento delle Sezioni Unite (sentenza n. 26635 del 18/12/2009), l’ufficio può legittimamente emettere l’avviso di accertamento sulla base del solo dato disponibile, ovvero lo scostamento fra i compensi dichiarati e quelli risultanti dallo studio di settore, spettando poi al contribuente fornire la prova contraria in sede contenziosa. Prova che appare assolutamente in salita per il contribuente visto che l’animus del giudice tributario può risultare influenzato, negativamente, dalle scelte operate dal contribuente in merito alla partecipazione al contraddittorio preventivo con l’ufficio. Stesso tenore anche nella sentenza n. 15905 del 6/7/2010 della Corte di cassazione. In caso di inerzia del contribuente rispetto al contraddittorio preventivo, si legge in sentenza, egli si assume tutte le conseguenze di questo suo comportamento.

L’ufficio potrà, infatti, motivare l’accertamento sulla base del solo scostamento derivante dall’applicazione dello studio di settore dando semplicemente conto dell’impossibilità di costituire il contraddittorio con il contribuente e il giudice, dal canto suo, potrà valutare nell’ambito del più ampio quadro probatorio, la mancata risposta all’invito. Non è certo un bel quadro quello si prospetta per il contribuente.

In merito alle circostanze sfavorevoli che si possono produrre sul contribuente a seguito dalla mancata partecipazione al contraddittorio, è opportuno citare anche quanto stabilito dalla Ctp Milano nella sentenza n. 66/31/11 del 9/3/2011. Se il contribuente non ha partecipato al contraddittorio, si legge nella sentenza, sussistono giusti motivi per compensare le spese tra le parti, anche in caso di accoglimento del ricorso e annullamento dell’accertamento. Indipendentemente dunque dalla possibilità offerta al contribuente di ribaltare le presunzioni costituite dalle risultanze dello studio di settore anche nel corso del giudizio, emerge chiaramente come il rifiuto del contraddittorio sia elemento in grado di influenzare negativamente l’animus del giudice, non fosse altro per la soccombenza sulle spese di lite. Le sentenze esaminate dimostrano con evidenza le conseguenze negative per il contribuente che sceglie di non partecipare al contraddittorio preventivo con l’ufficio.

Tale decisione avrà di fatto due conseguenze: lasciare all’ufficio la facoltà di emettere l’accertamento motivandolo unicamente sulla base dello scostamento calcolato dal software ed al tempo stesso mal predisporre psicologicamente il giudice tributario. Al contraddittorio preventivo è dunque opportuno partecipare, fornire elementi e circostanze in grado di confutare le presunzioni dello studio avendo cura al tempo stesso che tutto ciò sia correttamente verbalizzato dall’ufficio e trasfuso nella motivazione dell’eventuale accertamento.

Pare essere dunque questa l’unica scelta possibile per il contribuente se quest’ultimo vuole sperare nella «parità delle armi» nel successivo giudizio di fronte al giudice tributario.

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