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Continuità a maglie strette per il Fondo di garanzia Pmi

«Facendo seguito alla Sua cortese richiesta, segnaliamo che in caso di variazione del codice fiscale e partita Iva non è possibile considerare la continuità aziendale». Con questa risposta, il Fondo centrale di garanzia Pmi sta respingendo alcune domande presentate dalle imprese ai sensi della lettera m) del comma 1 dell’articolo 13 del decreto Liquidità (Dl 23/2020) e volte a ottenere un finanziamento a condizioni agevolate fino all’importo di 30mila euro (25mila prima della conversione in legge del decreto). Si tratta di imprese individuali che derivano da società di persone, le quali si sono estinte per mancata ricostituzione della pluralità dei soci nel termine di sei mesi (articolo 2272, n. 4, del Codice civile) o, nel caso particolare delle Sas, per mancata ricostituzione nel medesimo termine di una delle categorie di soci (accomandanti o accomandatari) venuta meno (articolo 2323, comma 1, del Codice civile).

Si tratta di una risposta che lascia perplessi, per più di un motivo. Se, infatti, nel passaggio da società di persone a impresa individuale vi è attribuzione di un numero di partita Iva – per cui, formalmente, si tratta di due soggetti differenti – dal lato sostanziale l’agenzia delle Entrate ha sempre riconosciuto nel caso di specie una continuità soggettiva, almeno dal punto di vista dell’imposizione diretta.

Con la circolare n. 54/E/2002, confermata dalla risoluzione n. 329/E/2008, è stato chiarito che non emerge alcuna plusvalenza imponibile in relazione ai beni che formano il compendio aziendale, in quanto l’operazione avviene in regime di neutralità fiscale (circolare n. 13/E/2008), a condizione che l’unico socio prosegua l’attività sotto forma di impresa individuale e che vengano mantenuti i valori fiscali in essere in capo alla società di persone.

Nello stesso senso si può citare anche dottrina autorevole: secondo la massima K.A.37 del Consiglio Notarile del Triveneto «la trasformazione di società con unico socio in impresa individuale viene assimilata alla trasformazione in comunione d’azienda di società di capitali di cui all’art. 2500-septies, con “scioglimento senza liquidazione e confusione di patrimoni”, non sussistendo ragioni obiettive per limitare l’autonomia organizzativa dell’impresa».

Scendendo sul piano specifico della normativa riguardante i finanziamenti dei soggetti danneggiati dall’emergenza Covid-19, va notato che la stessa lettera m) del comma 1 dell’articolo 13 prevede che vi sia continuità in caso di cessione o affitto di azienda. Viene stabilito, infatti, che «nei casi di cessione o affitto di azienda con prosecuzione della medesima attività si considera altresì l’ammontare dei ricavi risultante dall’ultima dichiarazione dei redditi o dall’ultimo bilancio depositato dal cedente o dal locatore».

Ora, riconoscere continuità sostanziale all’acquirente o all’affittuario dell’azienda (che sicuramente hanno partita Iva differente dal cedente o locatore) e non riconoscerla all’ex socio che, rimasto solo, prosegue la (stessa) attività come imprenditore individuale, non sembra una posizione meditata.

Siamo convinti che, soprattutto in queste situazioni, la sostanza debba superare la forma. Analogo ragionamento va, a nostro avviso, fatto per il contributo a fondo perduto di cui all’articolo 25 del decreto rilancio, per il quale, con circolare n. 15/E/2020, l’agenzia delle Entrate ha sposato un concetto molto ampio di «continuità», riconoscendola in tutti i soggetti aventi causa di una operazione di riorganizzazione aziendale, non solo riguardante i soggetti (fusione, scissione, trasformazione), ma anche i patrimoni (conferimento o cessione di azienda). C’è spazio per rimeditare alcune scelte da parte del Fondo di garanzia.

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