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I conti (veri) delle banche

Divide et impera è uno dei motti latini assimilati con maggiore passione dall’impero britannico: «Divide and rule». L’impero si è dissolto, ma quella massima resta vitale oggi che il Regno Unito deve districarsi dall’Unione europea. Non devono essere dispiaciuti al governo di Londra due recenti articoli apparsi nelle testate inglesi più influenti, perché entrambi disegnano scenari che comportano gli esiti peggiori per la stabilità finanziaria dell’Italia, dunque per il futuro dell’euro e del progetto europeo. In fondo uscire da un’Unione europea in pezzi sembra sempre meno costoso che confrontarsi a un blocco compatto e disposto a espellere la Gran Bretagna dal maggiore mercato del mondo.

Il primo articolo, apparso sull’ Economist , consiglia agli italiani di votare No al referendum costituzionale e se questo comportasse la fine dell’euro — si spiega — allora significa che la moneta unica doveva finire. Il tutto asserito in poche parole, come se non si trattasse di un’ipotesi molte volte più destabilizzante del crash di Lehman. Il secondo articolo è apparso domenica sera sul Financial Times , alla vigilia del primo atto che, nei piani, dovrebbe portare ad un aumento di capitale sul mercato per il Monte dei Paschi: l’avvio della fase in cui gli investitori possono convertire le obbligazioni subordinate di Siena — le più a rischio — in azioni. L’articolo sostiene che fino a otto banche italiane possono finire in «risoluzione», sottoposte al processo di fallimento previsto dall’Unione bancaria europea con perdite su azionisti, obbligazionisti e depositanti sopra i 100 mila euro per un valore dell’8% delle passività di una banca. Per Mps, si tratterebbe di una distruzione di risparmio da circa 13 miliardi di euro.

L’articolo del Financial Times sembra insolito per i metodi rigorosi del quotidiano: prospetta lo scenario di una crisi bancaria senza precedenti in Italia senza fornire dettagli o fatti, né indicare fonti anche solo vagamente ubicabili, né ricordare i percorsi alternativi aperti, né dare valutazioni delle probabilità che conseguenze così gravi si verifichino. Tutto muove dall’ipotesi che una vittoria del No nel referendum e l’instabilità politica che seguirebbe faccia saltare per Mps l’aumento sul mercato. Questo rischierebbe di portare al fallimento della banca e, a catena, della Popolare di Vicenza, di Veneto Banca, di Carige, e di ciò che resta delle quattro banche già «risolte» un anno fa: Etruria, Marche, Cariferrara e CariChieti.

In una fase di incertezza, è impossibile escludere a priori qualunque scenario. Alcuni fatti permettono però di valutare gli sviluppi possibili anche nell’ipotesi di una vittoria del No o di una fase di vuoto di potere a Palazzo Chigi. Anche dopo gli aumenti degli ultimi due anni, il sistema bancario italiano resta senz’altro sottocapitalizzato: oltre 20 miliardi di perdite quasi inevitabili da ripianare sui 160 miliardi di crediti sospetti ma non in default, più circa altrettanto sui prestiti apertamente insolventi, fanno sì che il sistema bancario nel suo complesso debba rafforzarsi in tempi non lunghi per una somma pari a circa il 3% del reddito nazionale. Sono valori in linea o inferiori a quelli di casi come la Svezia, la Norvegia e la Finlandia a inizio anni 90 e la Spagna nel 2012.

Diverso è però immaginare gli eventi sulle singole banche. Se l’operazione sul mercato fallisse per Mps, piuttosto che la «risoluzione», si aprirebbe quasi certamente l’intervento del Tesoro in acquisto delle nuove azioni. La banca non fallirebbe e non sarebbero toccati i depositi, né i bond ordinari. L’intervento pubblico in Mps comporterebbe l’azzeramento delle obbligazioni subordinate non convertite in azioni (queste ultime preserverebbero circa il 20% del valore); quindi le famiglie colpite sarebbero rimborsate in un secondo tempo in modi da stabilirsi.

Nazionalizzare Montepaschi può stabilizzare il mercato, o creare l’aspettativa che lo stesso accada sugli altri istituti in crisi. Non dovrebbe toccare a Carige, perché è più probabile in quel caso che un altro aumento venga dal socio di maggioranza Vittorio Malacalza, deciso a tutelare il proprio investimento da 700 milioni dal rischio del colpo di falce legato a un aiuto di Stato. Quanto alle piccole banche già messe in «risoluzione» un anno fa, il fondo Atlante ha appena accettato di comprare i loro crediti cattivi e la Banca centrale europea ne ha appena autorizzato l’acquisto da parte di Ubi. Se il necessario aumento di capitale di Ubi diventasse impossibile dopo il referendum, sono esplorabili comunque altre strade prima del fallimenti: alcuni fondi americani in estate si erano offerti di prenderle di fatto gratis.

Più complesso il fronte di Vicenza e Veneto Banca, che hanno bisogno di circa 2,5 miliardi di nuovo capitale (e di liquidità). Metà del capitale può fornirlo Atlante, metà resta da reperire. È imminente un drastico piano di tagli. Alla fine, anche nella peggiore delle ipotesi i depositi sarebbero tutelati. Certo il governatore veneto Luca Zaia, che sostiene il No, sa che se vincesse la sua opzione referendaria preferita le prospettive per gli investitori nelle due banche diverrebbero più difficili. E il governo tocca con mano quanto sia mancato un proprio piano industriale sulle banche. Oggi l’Italia riparte da qui.

Federico Fubini

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