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Conti pubblici nel labirinto del Pil potenziale

Def a Bruxelles entro venerdì: dall’output gap dipenderanno le pagelle su manovra e flessibilità
In gergo si chiama output gap e misura la distanza tra la crescita potenziale e quella effettiva. Sono appesi a questa formula matematica il giudizio di Bruxelles sui conti pubblici dell’Italia sulla base delle stime aggiornate nel Def, ma anche la possibilità di ottenere i margini di flessibilità richiesti per quest’anno nella legge di Stabilità e le chances di fare il bis nel 2017. Il testo del Documento di economia e finanza dovrà essere inviato alla Commissione Ue entro venerdì 15 insieme al Programma nazionale di riforma, come prevedono le regole Ue. Per quest’anno il governo stima una crescita del Pil dell’1,2%, un deficit in miglioramento al 2,3% e in ulteriore discesa all’1,8% nel 2017, a detta di Pier Carlo Padoan «compatibile con il quadro Ue».
Come mai il calcolo dell’output gap è così importante? Lo è perché rappresenta un indicatore chiave per misurare la porzione di deficit dovuta alla difficile congiuntura e quella che invece è strutturale. E proprio il disavanzo strutturale è diventato la stella polare per valutare la traiettoria di medio periodo delle politiche di bilancio degli Stati Ue come previsto dal Fiscal compact. Così più piccolo è l’output gap, più bassa è la componente ciclica che si può sottrarre al bilancio pubblico e dunque maggiori saranno gli sforzi richiesti .
Per migliorare la metodologia nel 2011 è stato creato a Bruxelles un gruppo di lavoro sull’output gap, a cui partecipano anche esperti del Fmi e dell’Ocse. I calcoli delle tre organizzazioni sono però spesso differenti. Mettendo a confronto le ultime stime sul divario tra il Pil potenziale e il Pil effettivo di Commissione Ue, Ocse e Fmi, non mancano infatti le sorprese. Nelle Previsioni economiche d’inverno Bruxelles indica, per esempio, per l’Italia un output gap a quota -1,5% quest’anno, mentre per Fmi e Ocse la distanza è doppia: -3% per il primo e -3,4% per la seconda. Il risultato è che per il 2016 l’ultima stima della Commissione Ue (che verrà aggiornata il 26 maggio) vede il deficit strutturale all’1,7% del Pil, mentre per il Fondo monetario e l’Ocse i conti pubblici italiani sarebbero – a livello strutturale, quindi al netto del ciclo – a un passo dal pareggio di bilancio (-0,3% per l’organizzazione di Washington e -0,4% per quella di Parigi). Anzi, secondo l’Ocse, Roma sarebbe stata in pareggio di bilancio strutturale già nel 2013 e nel 2014. E per il Fmi il traguardo potrebbe essere raggiunto nel 2017.
Le differenze sono significative anche per la Spagna e la Francia, mentre sono più allineate per la Germania, che ha i conti pubblici in ordine. «Fmi e Ocse – spiega Carlo Milani, direttore di Bem Research – adottano modelli diversi, con meno vincoli su una variabile fondamentale per il calcolo del Pil potenziale: il tasso di disoccupazione che nel lungo termine non determina aumenti dei salari, il cosiddetto Nawru. La Ue tende invece a sovrastimare questa variabile, con la conseguenza di un output gap più basso».
A divergere sono anche le stime indicate dai governi e quelle di Bruxelles. I primi utilizzano un orizzonte temporale di quattro anni, mentre la seconda si ferma a due, «con discrepanze rilevanti in termini di equilibrio strutturale», come hanno sottolineato nei giorni scorsi otto ministri, tra cui Padoan, in una lettera alla Commissione in cui chiedono un allineamento.
La palla ora è nel campo della Ue con una serie di appuntamenti chiave: un primo indizio arriverà con le Previsioni economiche di fine maggio. Poi, tra maggio e giugno, verrà pubblicata la pagella vera e propria con le «Raccomandazioni specifiche per Paese». Solo allora si potrà capire se l’Italia dovrà fare sforzi di bilancio aggiuntivi. O se, dopo aver già ottenuto un via libera alla «clausola riforme» pari allo 0,4% del Pil, Roma potrà contare anche su un ulteriore 0,1% sommato agli sconti sul deficit per gli investimenti e alla spesa per l’accoglienza dei migranti. Un margine che vale in tutto 16,5 miliardi. Qui entra nuovamente in gioco la matematica, perché in base alla Comunicazione della Commissione Ue del gennaio 2015 per poter ottenere la flessibilità legata agli investimenti e alle riforme serve un output gap maggiore di -1,5 per cento. Più incerta, invece, è la «clausola migranti».
Non è, infine, chiaro se Roma potrà ottenere la flessibilità, non solo per il 2016, ma anche per il 2017 e se le misure annunciate saranno ritenute soddisfacenti da Bruxelles. Il governo appare fiducioso, ma le incognite non mancano. Al di là della matematica, la partita sarà soprattutto politica.

Chiara Bussi

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