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«Conti ok anche senza crescita»

di Dino Pesole

La notizia del declassamento del nostro rating da parte di Moody's era nell'aria, certamente attesa tanto che il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti aveva deciso in qualche modo di giocare d'anticipo, ponendo l'accento, al termine della riunione dell'Ecofin, sugli elementi di forza del nostro bilancio pubblico: il pareggio di bilancio previsto per il 2013, un consistente avanzo primario. Nessun commento in serata alla decisione di Moody's, al termine di una giornata segnata dalle polemiche politiche su quanto lo stesso Tremonti aveva sostenuto a proposito della Spagna. Lo spread tra i titoli spagnoli e i bund tedeschi è sceso perchè in quel Paese «c'è stato un annuncio di elezioni. Evidentemente è un elemento che i mercati vivono come una promessa di cambiamento». E in Italia c'è da attendersi che accada la stessa cosa, e dunque questa è l'aspettativa del ministro? Le dichiarazioni innescano una nuova polemica politica, che in molti leggono come l'ennesimo capitolo della contrapposizione con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. In serata la precisazione del ministro: nessun riferimento alla situazione politica interna. Il Governo «ha dato la risposta giusta e nei tempi giusti alla crisi».

Per Tremonti la chiave di volta per stabilizzare il risanamento dei conti pubblici è nella combinazione tra pareggio di bilancio e un sostenuto avanzo primario. Certo – spiega – se ci sostenesse anche la crescita il quadro sarebbe decisamente più favorevole. Al momento, con il pareggio di bilancio «siamo in grado di garantire la tenuta dei conti anche in assenza di crescita». Il focus della nuova governance europea, approvata anche dall'Ecofin, è sul debito, in una situazione che vede ben 24 Paesi su 27 in procedura per deficit eccessivo. La priorità per tutti – spiega il direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli – è la credibilità dei conti pubblici. «La Commissione ha confermato il suo giudizio positivo sulla capacità dell'Italia di centrare gli obiettivi di deficit e debito». Dal prossimo gennaio il «six-pack» entrerà in vigore, con annesso l'obbligo di ridurre il debito di un ventesimo l'anno della differenza tra l'attuale livello e il 60% del Pil. Tremonti torna a ribadire che l'avanzo primario è la via maestra per ridurre il debito. «Facciamo di necessità virtù, poi ci sarà il vincolo costituzionale al pareggio di bilancio per rafforzare l'intero impianto».

Il tema della crescita è al centro delle riflessioni in sede di Ecofin. Si è preso atto che non esistono ricette precostituite e tanto meno valide per tutti. «Per quel che ci riguarda – osserva Tremonti – non vi sono alternative, perchè spendere di più equivarrebbe a dissestare i conti e dunque a precludere qualsiasi prospettiva di crescita».

Resta alta la tensione sul rischio effettivo che, nonostante le reiterate manovre di rientro, alla fine la Grecia sia costretta a un default sia pure pilotato e che a quel punto l'effetto contagio sia inevitabile. Lo scenario – chiarisce in proposito il ministro dell'Economia – non prevede al momento ipotesi di default. Certo – ammette – la forza e la composizione stessa del fondo salva-Stati, quale si era immaginato nel maggio del 2010 (oltre 700 miliardi) avrebbe creato una rete protettiva molto più solida a sostegno dei debiti sovrani. Poi – aggiunge – ci fu quella «tragica passeggiata a Deauville» tra Nicolas Sarkozy ed Angela Merkel, e si è arrivati all'attuale formulazione, «uno strumento più rigido e più piccolo di quello del 2010». Occorre prenderne atto. «La crisi gira attorno ai rischi sovrani e da ultimo anche nel settore bancario».

Gli attacchi speculativi si concentrano sul nostro Paese a causa «dell'enorme debito pubblico». Eppure – osserva – in Europa la sostenibilità del nostro sistema previdenziale è un dato acquisito. «Poi vi sono varie ipotesi politiche nazionali che si fanno a Roma». Quanto alla disoccupazione «siamo al di sotto della media Ue». Nessun problema allora, chiedono i giornalisti? Abbiamo debolezze e punti di forza – replica Tremonti – e tra le prime occorre segnalare alcune caratteristiche di fondo del nostro Paese: «Siamo un giardino con il 70% del territorio nazionale vincolato, che mal si presta allo sviluppo industriale». Non c'è il nucleare. «Un bene, un male, non lo so?», e poi «un alto tasso di idelogia, un sistema giuridico che non è il massimo dell'efficienza». Lo strumento per creare sviluppo attraverso il sostegno della domanda restano gli eurobond. «Sopra una governance più forte, che significa più controlli, più sanzioni; sotto gli eurobond».

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