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I conti con l’euro in tasca

 

Dopo quindici anni di euro fisico, in Piazza Affari vincono le piccole multinazionali tascabili e perdono (clamorosamente) i titoli finanziari. È questo il responso dell’analisi condotta da Corriere Economia sulla performance delle società del listino milanese con oltre un miliardo di euro di capitalizzazione, dall’introduzione della moneta unica in Italia ad oggi.

Quindici lunghi anni in cui è successo di tutto: crisi finanziarie, economiche ed eventi drammatici che hanno visto però affermarsi la globalizzazione — con tutti i suoi meriti e i suoi difetti oggi più visibili che in passato — come sentiero di riferimento per lo sviluppo dei principali Paesi. Italia compresa, anche se l’inesorabile accumulo del debito pubblico e le difficoltà di crescita stanno mettendo a dura prova il presente e il futuro dell’economia reale e del credito.

Le implicazioniMa come è andata per il nostro listino? Ai primi tre posti per rendimento — calcolato sia tenendo conto dell’andamento dei prezzi che dei dividendi distribuiti e reinvestiti nello stesso periodo — troviamo Ima, Brembo e De Longhi. Tre società di media capitalizzazione, leader di nicchia nei rispettivi settori che hanno accumulato una performance «tutto compreso» superiore al 1000%, dieci volte tanto.In altre parole: diecimila euro investiti nel lontano (ma non sideralmente distante) gennaio 2002 in una di queste società sarebbero diventati oggi centodiecimila.

Ma, scorrendo la classifica, è d’obbligo notare che un orizzonte di lungo periodo non è sempre portatore di grandi soddisfazioni. Soprattutto se, a metà strada, ci si imbatte nel crac di Lehman Brothers e nelle sue nefaste e non ancora risolte conseguenze.

Se Ima & Co. sono state da record, nello stesso periodo Banco Bpm, società appena nata dall’aggregazione tra la Banca Popolare di Milano e il Banco Popolare ha perso oltre il 90%. Attenzione però in questo caso si tratta di un calcolo puramente teorico visto che la nuova entità si è costituita solo all’inizio del 2017. Anche se l’eredità del passato è questa. Poco meglio hanno fatto Unipol gruppo finanziario e Unicredit entrambe in rosso di oltre l’80%. Quest’ultima è alle prese con un nuovo aumento di capitale, il quarto dal 2008 ad oggi, da 13 miliardi di euro che dovrebbe finalmente mettere in sicurezza i conti della società e dotare il gruppo delle risorse necessarie per tornare competere con le principali banche europee.

Le complessitàEd è proprio l’andamento delle società finanziarie uno dei temi di Borsa più controversi e più importanti emersi con la nascita dell’euro. Dal 2008, dall’inizio della crisi economica, ad oggi sono state innumerevoli le operazioni di rafforzamento patrimoniale del sistema bancario per un ammontare che, limitandosi solo ai principali istituti, supera i 77 miliardi. Un’emergenza continua culminata con i dissesti delle quattro banche «piccole» di cui si sta definendo il nuovo corso e della ancor più aperta vicenda del Montepaschi di Siena. Casi che la dicono lunga sul difficile cammino dell’Unione non squisitamente monetaria, che oggi è sotto attacco.

A raccogliere invece i frutti della moneta unica sono state le società fortemente orientate all’esportazione o attive im segmenti di nicchia, tecnologia e made in Italy, che hanno massimizzato l’espansione economica globale. Prima tra tutte Ima, leader mondiale nel campo della produzione di macchinari per il confezionamento di prodotti farmaceutici, cosmetici, alimentari, tè e caffè. Tra il gennaio 2012 e oggi il titolo ha guadagnato il 1.400%. Ma a crescere sono state anche le performance di bilancio: se l’esercizio 2002 chiuse con un utile netto di poco superiore a 20 milioni, per l’anno in corso gli analisti di Equita Sim si aspettano 100 milioni di euro.

Il futuroChe cosa ci sarà nei prossimi quindici anni di Piazza Affari? C’è chi crede nella possibilità di un riscatto dei finanziari, giunti a ridosso di minimi non più comprimibili delle loro valutazioni. Serve un po’ di tempo, invece, per capire quali saranno i nuovi equilibri geopolitici del mondo con cui dovranno fare i conti le multinazionali assolute protagoniste dei quindici anni finiti in archivio. Nel 2017 anche in Piazza Affari ci si aspetta poi una ripresa di nuovi ingressi, anche se tra i limiti costituzionali del nostro listino c’è la cronica mancanza di gruppi industriali. Può cambiare anche questo?

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