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Conti delle banche, doppia velocità Compromesso all’Authority europea

di Federico Fubini e Fabrizio Massaro

MILANO — Aveva messo le mani avanti, la Banca d'Italia: i dati dell'Eba sulle necessità di capitale per i primi 70 istituti di credito europei, che un mese fa hanno evidenziato una carenza di 14,7 miliardi per quattro gruppi italiani (Unicredit per 7,4 miliardi, Mps per 3,1, Banco Popolare per 2,8 e Ubi per 1,5) erano da considerare «preliminari e indicativi». Le pressioni perché l'autorità bancaria europea presieduta da Andrea Enria riveda i calcoli avrebbero ottenuto un risultato solo parziale: l'Eba, che pubblicherà i dati definitivi all'inizio della settimana prossima, dovrebbe adottare un criterio di maggiore trasparenza sugli attivi per fare emergere i differenti modelli contabili tra i Paesi Ue.
È un aspetto sul quale la discussione nell'organismo di Londra è stata accesa. Nel Consiglio dei supervisori dell'Eba, dove siedono i rappresentanti dei vari Paesi, se ne è parlato molto perché proprio in questi dettagli si nasconde il diavolo. Una maggiore trasparenza può far emergere come la vigilanza bancaria in Italia, Spagna e Gran Bretagna adotti criteri più rigorosi di quanto accade in Francia e Germania. Dunque ogni miliardo di aumento di capitale richiesto dall'Eba alle banche francesi (in totale 8,8 miliardi) o tedesche (5,2 miliardi) ha un significato diverso rispetto alla stessa cifra richiesta alle banche italiane.
In termini tecnici, è un dibattito sui cosiddetti «floor»: si tratta delle soglie minime sulle stime dei modelli interni delle banche, per calcolare il rischio negli attivi e il relativo capitale da accantonare. Quei «floor», originariamente contenuti nel passaggio fra gli accordi di Basilea 1 e 2, sono livelli minimi sotto i quali le banche non possono sottostimare il rischio nei loro modelli interni. Il meccanismo sarà in vigore fino alla fine di quest'anno, poi un sistema simile scatterà nel 2013 con Basilea 3. Soprattutto nell'interregno, Francia e Germania sono state più tolleranti sul calcolo del rischio negli attivi delle loro banche, ma ciò nel confronto europeo riduce per loro la richiesta di rafforzamento del capitale (specie rispetto a Italia e Spagna). Il terreno di gioco è squilibrato e probabilmente lo resterà. Ma l'Eba potrebbe imporre la trasparenza su come si arriva a certe stime, perché il mercato possa distinguere.
Le pressioni da parte del sistema bancario italiano sono però forti per un ulteriore ammorbidimento. Due i punti più controversi: titoli sovrani e bond convertibili. La necessità di registrare come perdita la svalutazione di mercato dei titoli di Stato (gli istituti italiani sono pieni di bond del Tesoro) è un criterio considerato ingiusto e dagli effetti perversi: applicando il mark-to-market, le banche francesi e tedesche possono registrare plusvalenze (sia pure destinate a svanire alla scadenza) sui titoli dei propri Paesi, così da compensare le perdite sulla Grecia. Circa i bond convertibili, invece, l'Eba li considera capitale solo se «coerenti con i criteri severi e omogenei» stabiliti dall'autorità europea. Su questo fronte i banchieri italiani si attendono notizie positive. Unicredit si è appena vista riconoscere come capitale 2,4 miliardi di bond convertibili dalla Banca d'Italia, che invece l'Eba non considerava. Mps ha due bond simili per 1 miliardo, e prestiti «soft mandatory» li hanno anche Ubi e Banco Popolare. Se Bankitalia applicherà gli stessi criteri usati per Unicredit, la cifra Eba si abbasserebbe a circa 10 miliardi.

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