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I conti del Covid Ritardatari di stato (in testa c’è l’Inps)

dipendenti pubblici, sembra aver rallentato l’operatività delle amministrazioni. Una situazione che si sovrappone a un ritardo storico, visto che la nostra pubblica amministrazione, da almeno un decennio, è indicata tra le peggiori pagatrici d’Europa e che l’ultima condanna della Corte europea di Giustizia risale al gennaio scorso. Mentre resta ancora misteriosa l’entità complessiva del debito complessivo che Banca d’Italia ha identificato in 53 miliardi nella Relazione 2018, metà dei quali ascrivibili a ritardi di pagamento.

Le scadenze

Un primo dato sull’aggravamento della situazione lo forniscono i 12 ministeri che hanno un «portafoglio». Secondo un’indagine della Cgia di Mestre, nel secondo trimestre di quest’anno solo quello degli Esteri ha pagato in anticipo (17 giorni) i propri fornitori rispetto alle scadenze previste dalla legge (30 giorni e 60 per la sanità) . Gli altri 11 invece le hanno onorate in ritardo. Oppure non hanno ancora aggiornato i dati secondo le regole della trasparenza, che impongono la pubblicazione dei dati per consentire a terzi di verificare l’efficienza o meno di queste amministrazioni.

Il quadro generale è in peggioramento perché, se nel primo trimestre di quest’anno solo tre ministeri erano riusciti a rispettare i tempi di pagamento, nei tre mesi successivi solo uno ha liquidato i fornitori in tempo, anzi in anticipo, gli Esteri appunto. Gli altri sono tutti oltre il tempo limite.

La «maglia nera» spetta agli Interni con 62 giorni di ritardo, seguito dall’Agricoltura con 61, l’Ambiente 53, le Infrastrutture 49, i Beni culturali 30. Ministeri come l’Istruzione/Università, la Salute e la Giustizia non hanno fatto nemmeno pervenire i dati.

Ma torniamo alle altre amministrazioni, quelle territoriali: Regioni, enti locali, Asl. Nei mesi scorsi sono emersi segnali preoccupanti sulla difficoltà da parte di molti di onorare gli impegni economici presi con i propri fornitori. Per questo, con il decreto Rilancio il governo ha messo loro a disposizione 12 miliardi (8 per gli enti locali e 4 per le Asl) per liquidare almeno una parte dei debiti commerciali accumulati entro la fine del 2019. Alla scadenza del 7 luglio scorso, data entro la quale gli enti territoriali dovevano chiedere alla Cassa depositi e prestiti le anticipazioni di liquidità per pagare i vecchi debiti, il dato non ufficiale emerso lasciava perplessi: solo il 10% circa delle risorse messe a disposizione dallo Stato sarebbe stato richiesto. Al punto che il governo è corso ai ripari con un nuovo decreto, l’Agosto, riaprendo i termini dal 21 settembre fino al 9 ottobre. Davvero una manciata di giorni. Come sia andata questa volta, il ministero dell’Economia, interrogato, non lo comunica, nè offre un dato certo del tiraggio della prima misura, quella del decreto Rilancio. Se ne può desumere che non abbia avuto molto successo.

Segnali di cedimento della macchina che regola i pagamenti della pubblica amministrazione si hanno anche dal consueto monitoraggio trimestrale sulle fatture pagate e i relativi tempi di liquidazione, che puntualmente appare sul sito del Tesoro.

Mentre scriviamo, i dati sono fermi a un aggiornamento del primo giugno e riguardano solo il primo trimestre dell’anno, mentre a settembre avrebbero già dovuti essere pubblicati i dati relativi al secondo trimestre, quello che coincide però proprio con l’inizio del lockdown di marzo. L’ultimo dato ufficiale complessivo fornito resta quello del 2019, anno nel quale le amministrazioni hanno pagato 24,5 milioni di fatture per 140,4 miliardi di euro, impiegando mediamente 48 giorni, cui corrisponde un ritardo medio di un giorno rispetto ai tempi di legge. Una media che, come sempre, comprende casi virtuosi e abissi d’inefficienza.

I calcoli

Con riferimento questa volta al primo trimestre 2020, ad esempio, spulciando la tabella excel delle 21.806 amministrazioni che hanno registrato i pagamenti, si scoprono record negativi come quello del Comune di Falconara Albanese con un tempo medio ponderato di pagamento di 498 giorni, seguito dall’Unione dei Comuni di Alto Calore con 350, e le municipalità di Surano (300), Camastra (223), Pietremelara (198), solo per citarne alcune.

Sempre nel primo trimestre dell’anno emergono fatture ferme da oltre 12 mesi per un importo di 3,8 miliardi di euro. Tra le amministrazioni che hanno accumulato tali fatture ce ne sono di grandi, come l’Inps che ha fatture vecchie per 131 milioni, il Comune di Roma per 114, il ministero della Difesa per 107 e quello dei Beni culturali per 92. Tra gli enti in ritardo l’Anas (79,5 milioni) il Comune di Napoli (73), quello di Catania (72), la Regione Campania (45).

Intanto il ministero dell’Economia qualche giorno fa ha emanato un decreto che prevede che la Pubblica amministrazione debba motivare l’eventuale rifiuto di fatture ricevute tramite il Sistema di Interscambio (Sdi) in base a cinque specifiche cause di respingimento.

Obiettivo della norma: offrire ai fornitori un’indicazione più precisa rispetto alla quale muovere eventuali obiezioni, sottraendo liti superflue al contenzioso, ancora tra i maggiori ostacoli al pagamento delle fatture.

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