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Conti correnti, obbligazioni, azioni. Anche sui capital gain prelievo al 26%

Da 60 a 150 euro in più di quanto si paga oggi. Con il Fisco che si porta via il 30% circa dei guadagni, mentre oggi si ferma al 24-25%. I numeri emergono dagli esempi molto schematici costruiti qui sotto per dare un ordine di idee del cambiamento tributario in arrivo sul fronte dei risparmi, immaginando la compravendita annuale di due titoli e il carico su un deposito vincolato. Senza alcuna ambizione di perfezione tecnica.
L’aumento dell’aliquota dal 20% al 26% sulle rendite finanziarie annunciata due giorni fa da Matteo Renzi avrà l’effetto di far dimagrire i rendimenti totali degli investimenti. Oggi le cedole delle obbligazioni societarie e bancarie, i dividenti delle azioni, i guadagni in conto capitale ottenuti con qualsiasi strumento finanziario diverso dai titoli di Stato e anche gli interessi dei conti correnti e dei conti di deposito vincolati pagano al Fisco il 20% l’anno.
Domani, se, come sembra, tutto quello che oggi paga il 20% pagherà il 26%, per l’elenco appena fatto ci sarà un aumento del prelievo pari al 6%. Da un paio d’anni, però, gli italiani pagano anche la mini-patrimoniale che è partita allo 0,1 per cento e che, nel 2014, è salita allo 0,2%, dopo aver abbandonato per strada quel minimo da 34 euro che penalizzava moltissimo i piccoli patrimoni. Nell’annuncio del governo (un provvedimento vero e proprio non esiste ancora) si parla di un gettito pari a 2,6 miliardi, che verrà dunque dalla maggiore tassazione di una parte rilevante dei 3.600 miliardi che, secondo le stime di Banca d’Italia, compongono oggi le ricchezze mobiliari delle famiglie italiane.
Restano esclusi da questa operazione i Buoni postali e i titoli di Stato posseduti dai privati: avevano evitato il rialzo al 20% restando al 12,5%. E ora eviteranno anche il sostanzioso ritocco al 26%. Un doppio binario (che non riguarda i «lordisti», cioè gli investitori istituzionali che investono in Btp e pagano le tasse in altro modo) e che non piace a chi ritiene che le partite in campo finanziario si debbano giocare ad armi pari dal punto di vista delle aliquote fiscali.
Quanto è gravosa la riforma? Dipende. Anche i tedeschi pagano il 26% sulle rendite finanziarie, per i francesi si può arrivare al 39% e oltre. Va detto però che in alcuni Paesi (e la Francia è uno di questi) ai privati che detengono risparmio di qualunque tipo per periodi lunghi (cinque, dieci anni) il Fisco concede, entro certi limiti di patrimonio, aliquote agevolate che invece non scattano se i piccoli investitori comprano e vendono in tempi ristretti. Fanno trading, insomma. In Italia, se questo è lo schema, vere agevolazioni ci saranno solo per particolari strumenti:i Btp&C., risparmio postale e fondi pensione, tassati intorno all’11%.
Dalle nostre parti gli effetti di tutte le aliquote vanno «corretti» (come è stato fatto in queste tabelle) considerando il peso della mini-patrimoniale. Quello 0,2% che si applica allo stock, al valore nominale del portafoglio alla fine di ogni anno. Se prendiamo l’ultimo esempio, quello delle azioni che rendono il 5%, il conto finale da pagare al Fisco per chi ha incassato 2.500 euro (il 5% di 50 mila) con la riforma sale da 600 a 750 euro, di cui 100 sono di mini-patrimoniale. In pratica il 30% del guadagno annuale finisce in tasse. E non abbiamo per semplicità considerato la Tobin tax, la tassa sulle transazioni finanziarie introdotta nel 2013 in Piazza Affari. La proporzione non cambia (30% circa) anche nel caso dell’obbligazione bancaria che rende il 3% o del conto di deposito che si ferma al 2%.

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