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Conti all’estero, niente segreto anche con il Liechtenstein Allo studio intesa con il Vaticano

Dopo la Svizzera, ora anche il Liechtenstein dirà addio al segreto bancario: domani l’Italia firmerà un accordo con il principato sullo scambio di informazioni fiscali secondo lo standard Ocse e simile a quello siglato con Berna. Con Monaco sono stati avviati i primi contatti e sarebbe allo studio un’intesa con il Vaticano.
Questi accordi daranno una spinta alla voluntary disclosure, la sanatoria per l’emersione dei fondi nascosti all’estero, stimati in 150-200 miliardi, attraverso l’autodenuncia dell’evasore in cambio di uno sconto sulle sanzioni amministrative e penali, ma dietro il pagamento delle imposte. Il Liechtenstein esce dalla «black list» dei Paesi che l’Italia considera non collaborativi sul piano fiscale. L’effetto su chi aderisce alla voluntary disclosure è che non subirà il raddoppio delle sanzioni (saranno del 3%) e del periodo di accertamento (sulle attività tra il 2005 e il 2009 cadrà la prescrizione).
La data di lunedì prossimo, 2 marzo, è la dead line anche per eventuali accordi con il Vaticano, considerato “di fatto” un Paese non collaborativo ai fini fiscali, come è ancora non equivalente per la legislazione antiriciclaggio. Se ci fosse un’intesa, per chi aderisse alla voluntary disclosure i termini di accertamento del fisco italiano si fermerebbero, così come prevede la legge, al 2009, senza risalire al 2005 e le sanzioni sarebbero alleggerite. Non c’è nessuna conferma sull’eventuale trattativa Italia-Santa Sede, ma si tratta di un passaggio che in Italia viene ritenuto importante.
Già nel luglio 2014, il presidente uscente dello Ior, Ernst von Freyberg aveva annunciato che «i clienti dello Ior nel prossimo futuro dovranno tutti dimostrare di pagare le tasse nei Paesi d’origine, a cominciare dall’Italia. Lo Ior, insomma, non funzionerà più da paradiso fiscale». Intanto, alla fine di dicembre 2014 il Vaticano ha sottoscritto l’accordo Fatca con gli Usa. Si tratta della legge federale che prescrive che i cittadini americani che vivono fuori dei confini dichiarino i conti posseduti all’estero e richiede alle istituzioni finanziarie straniere di riferire all’ Internal Revenue Service (IRS) sui propri clienti statunitensi.
«È finita un’era – osserva Stefano Simontacchi, managing partner di Bonelli Erede Pappalardo –. Con la crisi è cresciuta l’intolleranza a livello politico verso l’evasione e l’elusione fiscale. Su spinta degli Stati Uniti, sulla scia dei casi Apple, Google e Amazon, si è andati verso una significativa revisione della fiscalità internazionale e della trasparenza tra gli Stati, su cui si sta impegnando l’Ocse con il programma di contrasto all’evasione chiamato Beps». Lo scenario mondiale sta cambiando. «Gli accordi con la Svizzera e con il Liechtenstein sono molto importanti per la voluntary disclosure perché danno la possibilità di accedere a degli sconti – spiega Carlo Galli, responsabile del dipartimento Tax di Clifford Chance –: quello con Berna per le masse interessate, quello con il principato perché mostra la continuità nel perseguire la trasparenza. Sul piano dello scambio su richiesta di informazioni fiscali, l’Italia ha anche stipulato e già ratificato accordi con le Isole Cook, Jersey, Gibilterra e Isola di Man. Con le Cayman è in corso di ratifica e con le Bermuda è in attesa. Nessuno risulta però ancora in vigore».

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