Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Conti a rischio in quattro paesi

di Morya Longo

La crescita economica, ammesso che arrivi, non basterà. Non sarà mai la manna dal cielo. Per sciogliere il cappio del debito pubblico – che è il problema numero uno lasciato in eredità dalla crisi finanziaria – servono riforme fiscali di medio-termine. Questa è la sfida per tutti, ma per quattro paesi europei sarà più dura che per altri: Grecia, Irlanda, Portogallo e Italia. Uno studio elaborato da Boston Consulting Group (Bcg) sui debiti pubblici in Europa lo scrive nero su bianco: l'Italia è inclusa nella lista dei paesi che dovranno rimboccarsi più di tutti le maniche perché hanno i conti pubblici più fragili. E sta peggio – sorpresa – anche della tanto criticata Spagna. Bcg vede però nel Belpaese sia il bicchiere mezzo vuoto, sia quello mezzo pieno: da un lato ha un debito pubblico enorme (previsto al 120% del Pil nel 2012), ma dall'altro ha anche molto spazio di manovra per aggiustare questo squilibrio. Insomma: «Per l'Italia la sfida è più dura che per altri paesi – afferma Andrea Airoldi, partner di Bcg – ma Roma ha potenzialmente molte leve di manovra per agire in maniera efficace». La soluzione? Rimboccarsi le maniche.

Lo scenario europeo

Lo studio «Consolidamento fiscale in Europa», che il Sole 24 Ore è in grado di anticipare, parte da alcuni dati. Il debito pubblico nell'Unione Europea è mediamente pari all'83% del Pil, dopo essere aumentato del 40% rispetto ai livelli pre-crisi. L'aspetto curioso è che il 90% di questo incremento non è dovuto ai costosi salvataggi bancari o agli stimoli all'economia, ma agli effetti negativi della recessione. Solo due stati superavano però la soglia del 90% nel rapporto tra debito e Pil già nel 2007: si tratta di Grecia e Italia. E presto altri li seguiranno: Irlanda, Portogallo e – nel 2012 – anche la Francia. La soglia del 90% è cruciale, perché secondo il Fondo Monetario rappresenta un po' il giro di boa: quando il debito pubblico supera questo livello, inizia ad avere un impatto negativo sulla crescita economica. Ecco perché non bisogna superarla. Ed ecco perché bisogna scendere sotto questo livello. L'obiettivo – indica Bcg – deve essere il 60% del Pil entro il 2030.

Fissato il punto di arrivo, Boston Consulting si domanda: come arrivarci? La soluzione non sta nelle scorciatoie, come inflazione, svalutazione dell'euro o default di alcuni paesi. Tutti questi espedienti hanno infatti numerosi effetti collaterali. La soluzione non sta neppure nello sprint del Pil. «Il modo migliore per risolvere la crisi fiscale non passa per la crescita economica», si legge più volte nello studio. Che fare, dunque? Bcg offre una risposta unica: «Serve un serio, e senza dubbio doloroso, processo di consolidamento fiscale». Insomma: bisogna aggiustare il bilancio pubblico, aumentando le entrate o riducendo le spese. Lacrime e sangue. Non si scappa. Anche perché la sfida è resa più difficile dall'invecchiamento della popolazione, che sottrae forza lavoro e aumenta lo sforzo pensionistico.

Il caso italiano

Ovvio che ogni paese è diverso dagli altri, per cui le soluzioni vanno parametrate all'entità del problema. E, soprattutto, vanno regolate in base alle capacità di manovra. Ebbene: qui arriva la sorpresa positiva per l'Italia, perché è considerato da Bcg uno dei paesi con le più elevate potenzialità di manovra. A differenza di Irlanda, Portogallo e Spagna, il Belpaese non ha un elevato debito privato: questo è il primo elemento positivo. Ha poi un enorme bacino di economia sommersa (pari al 22% del Pil) da cui si potrebbero attingere nuove entrate per il bilancio statale. La forza lavoro è inoltre una delle più basse d'Europa (probabilmente a causa del lavoro nero), per cui un aumento accrescerebbe le entrate fiscali.

Insomma: «Ci sono dozzine di riforme, incentrate soprattutto sulla riduzione dei costi, che l'Italia potrebbe effettuare se il ceto politico ponesse il consolidamento fiscale al centro di un piano di cambiamenti strutturali di medio-lungo termine», si legge sullo studio. «Le riforme vanno dal recupero di efficienza della macchina pubblica ad una evoluzione del sistema pensionistico – osserva Airoldi –. Si pensi che l'età media effettiva a cui gli italiani vanno in pensione è tra le più basse in Europa, soprattutto per le donne».

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Dopo l’approvazione delle regole tecniche, prosegue l’impegno del Cndcec sugli obblighi antirici...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Facebook ha rimosso 2,2 miliardi di account falsi nel primo trimestre. «Abbiamo rimosso un numero s...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

A Canary Wharf, la ex zona del porto fluviale di Londra negli anni 80 convertita nel quartier genera...

Oggi sulla stampa