Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Contenzioso, vince la sospensione

La sospensione giudiziale dell’atto impugnato è ormai un ricorso nel ricorso. Dopo l’avvio degli accertamenti esecutivi e l’accelerazione delle procedure di riscossione, una buona parte del contenzioso tributario si basa infatti, sempre più spesso, sugli esiti della misura cautelare, la cui decisione è rimessa alla commissione tributaria provinciale. Richieste di sospensione degli effetti dell’atto impugnato il cui numero è andato crescendo in maniera esponenziale negli ultimi anni come testimoniato dagli ultimi dati aggiornati sul contenzioso tributario in Italia, diffusi recentemente dal dipartimento delle finanze del ministero dell’economia. Le difficoltà finanziaria di imprese e contribuenti impongono dunque di concentrare molti degli sforzi difensivi proprio nella dimostrazione dei due elementi base per l’ottenimento di detta misura cautelare: la fondatezza delle regioni del contribuente (fumus boni iuris) e il danno grave e irreparabile che la riscossione a titolo provvisorio può creare al contribuente (periculum in mora). Sforzi difensivi che dovranno concentrarsi soprattutto nella dimostrazione puntuale e contestuale delle difficoltà finanziarie del contribuente e del danno che verrebbe a causarsi se la commissione non dovesse sospendere gli effetti dell’atto impugnato. Quanto ai dati statistici nell’anno 2011 le istanze di sospensione accolte dalle commissioni tributarie provinciali italiane si attestano al 51,6%, con punte maggiori di accoglimento in Abruzzo (65,6%), Marche (59,0%), Umbria (57,4%), Sicilia (57,3%), Molise (54,7%) e Lombardia (54,5%).

Per quanto attiene invece al tempo medio che intercorre dalla data della richiesta della sospensione dell’atto impugnato a quella della decisione in merito la media nazionale è pari a 157,9 giorni, perfettamente in linea con il termine meramente ordinatorio fissato dal comma 5-bis dell’articolo 47 citato in 180 giorni. Ma torniamo alla delicata questione della prova dei requisiti necessari per ottenere la sospensione dell’atto impugnato da parte del contribuente.

Quanto alla fondatezza delle ragioni del contribuente è ovvio che la richiesta delle misure cautelari non può che fare rinvio a quanto illustrato nella parte motiva del ricorso. È quindi abbastanza ovvio che in ipotesi di ricorsi meramente dilatori o privi di fondate eccezioni da parte del contribuente la commissione tributaria chiamata a deliberare sulla sospensione in camera di consiglio, dopo aver sentito le parti, non potrà che respingere la richiesta stessa.

Ovvio che la commissione non potrà che rigettare la richiesta di sospensione nei casi in cui il ricorso risulti, prima ancora che non sufficientemente fondato, viziato o mancante di uno dei suoi elementi sostanziali. È il caso, ad esempio, della mancanza di sottoscrizione del ricorso da parte del difensore (Ctp Grosseto n.112/1996) o della impossibilità di verificare la tempestività del ricorso per mancanza di data della notifica (Ctp Brescia, n.969/1996). Per quanto attiene invece alla prova del danno grave ed irreparabile le possibilità e gli spunti per il contribuente sono numerosi. È ovvio che se si vuole sperare in una pronuncia favorevole da parte della commissione il contribuente, e il suo difensore, dovranno supportare le argomentazioni relative alla prova del danno grave e irreparabile anche con adeguata e pertinente documentazione. Sia che la richiesta di sospensione venga inclusa nel ricorso introduttivo, o in un apposito atto separato, sarà dunque necessario fornire alla commissione tributaria quel supporto probatorio utile per l’esatta verifica delle condizioni di difficoltà finanziarie attraversate dal contribuente nel particolare contesto temporale in cui la richiesta stessa si colloca. In ordine alla valutazione del danno la commissione tributaria dovrà infatti verificare le condizioni economiche del contribuente e gli effetti che possono derivare dall’esecuzione dell’atto impugnato alla sua attività imprenditoriale. In linea generale il danno deve essere considerato grave ogni volta in cui esiste uno sproporzionato divario tra il vantaggio ricavabile dal procedente rispetto al pregiudizio che subisce il debitore. Per quanto attiene invece alla irreparabilità del danno stesso questa non può che essere valutata dalla commissione tributaria in ordine alle ripercussioni che l’esecutività dell’atto può avere sul tenore di vita del contribuente o sull’esercizio della sua attività. In quest’ottica è evidente che la gravità e l’irreparabilità del danno non potranno che essere valutate in via relativa dipendendo infatti anche dalla qualifica e dalla qualità del soggetto istante. È ovvio infatti che il danno generato dall’esecutività dell’atto avrà effetti e impatti diversi a seconda che il contribuente sia una persona fisica, una società di persone, una società di capitali, un gruppo societario ecc. In linea generale si può comunque affermare che il danno debba essere ritenuto grave e irreparabile quando non sia più possibile rimediare allo stesso anche nell’ipotesi di successiva sentenza favorevole al contribuente con conseguente diritto alla restituzione di quanto pagato nelle more del giudizio.

Esempi di danni ritenuti gravi ed irreparabili dalla giurisprudenza tributaria ve ne sono molti. In alcuni casi si è ritenuto grave e irreparabile il danno che può generarsi a causa dell’importo in contestazione e alla lunghezza dei tempi necessari per il suo successivo ed eventuale rimborso. Quando il ricorrente è una società in difficoltà finanziaria documentata da consistenti esposizioni e scoperti bancari, l’esecuzione dell’atto impugnato, anche se di importi non considerevoli, può essere ritenuta danno grave irreparabile perché in grado di pregiudicare la continuazione della stessa attività d’impresa. Situazione di difficoltà finanziaria o di vera e propria carenza di liquidità che la società potrebbe dimostrare anche tramite la presenza di atti esecutivi, protesti, procedure di licenziamento o di ristrutturazione concordata con le rappresentanze sindacali, e così via. Anche lo smobilizzo di beni patrimoniali per poter adempiere alla esecutività dell’atto potrebbe essere ritenuto dalla commissione tributaria elemento in grado di supportare la prova del danno grave e irreparabile alla base della concessione delle misure cautelari.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Fininvest esce da Mediobanca dopo 13 anni, e con l’aiuto di Unicredit vende il suo 2% ai blocchi: ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Una nuova tassa sulle multinazionali, quelle digitali e anche quelle tradizionali. Pagamento delle i...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La prossima settimana il Consiglio dei ministri varerà due decreti. In uno ci saranno la governance...

Oggi sulla stampa