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Conte va all’incasso Ma con i tempi lunghi si riapre la partita Mes

ROMA — «L’occasione della vita», la chiama Giuseppe Conte. E in effetti il Recovery Fund è ossigeno per un governo litigioso e per finanze pubbliche disastrate dal Covid-19. Ottantuno miliardi a fondo perduto, altri novanta di prestiti talmente a lungo termine da assomigliare a eurobond camuffati: «Passa un treno per la modernizzazione del Paese – è lo slogan dell’avvocato – ora o mai più».
Tutto vero, neanche Salvini può negarlo. Ma resta un problema di non poco conto, a Palazzo Chigi: manca un bridge, un “ponte” che garantisca risorse adeguate a coprire il fabbisogno dello Stato nei prossimi mesi, prima dell’entrata in vigore degli eurobond. Secondo l’attuale progetto della Commissione europea, infatti, fino al febbraio 2021 arriveranno al massimo 3 o 4 miliardi. Per questo, il governo si prepara ad accedere subito ai venti miliardi del piano europeo Sure per la disooccupazione e agli investimenti Bei (fino a 40 miliardi). E torna a valutare seriamente i 36 miliardi del Mes. Soltanto un deciso calo dello spread tale da rendere molto conveniente raccogliere quei miliardi con emissione di titoli di Stato – eviterà l’accesso al Fondo Salva-Stati.
Sia chiaro, è il giorno in cui Roma tira un sospiro di sollievo. «Due mesi fa ci dicevano “Bruxelles vi ha abbandonato – ragiona il ministro Enzo Amendola – Oggi il dibattito è su una proposta solida. L’Europa c’è». L’esecutivo già prepara il piano da sottoporre alla Commissione per spendere queste risorse per Green deal, digitale, turismo, welfare, ammodernamento della pubblica amministrazione e della giustizia, logistica e trasporti. È ovvio che ora l’obiettivo è far approvare il recovery fund così com’è. E difenderlo dall’assalto dei rigoristi del Nord Europa. «La proposta della Commissione è ambiziosa. Adesso – sostiene il premier – dobbiamo portare a casa un risultato che era impensabile».
In effetti, le ultime ore sono state frenetiche. Martedì notte i cosiddetti “frugali” – Olanda e Svezia, Danimarca e Austria – tempestano di telefonate von der Leyen, le chiedono di ridurre a 350 miliardi le risorse a fondo perduto e fissare a 150 la soglia dei prestiti. Chiamano anche Berlino e Parigi, ma per blindare la proposta. La presidente della Commissione si ritrova in mezzo, strattonata. Il patto franco-tedesco regge. Conte, intanto, si spende con l’olandese Rutte, in una telefonata lunga quasi un’ora.
E non è finita qui. Per gestire il negoziato, il premier dovrà respingere l’assalto dei Paesi dell’Est – Polonia in testa – garantendo i fondi di coesione richiesti. Ai “frugali”, l’Italia assicurerà il sostegno per ottenere gli “sconti” al bilancio comunitario. Con la speranza di mantenere la quota di risorse attribuita a Roma dal Recovery Fund, ben più alta dell’11% con cui l’Italia contribuisce al bilancio Ue.
La strada dell’avvocato e di Roberto Gualtieri, però, sembra diventare ancora più tortuosa quando si ragiona del bridge. L’Italia tenterà di far anticipare l’erogazione di almeno una parte delle risorse, ma difficilmente porterà a casa risultati soddisfacenti. Lo sa anche il ministro dell’Economia, che a Conte ha spiegato una dinamica inevitabile: «Ci hanno concesso talmente tanti soldi che sarà dura spuntarla». E quindi, come assicurare la liquidità nei prossimi mesi? C’è Sure, come detto. E poi c’è il Mes. Pd e renziani sono già convinti, prenderebbero quei miliardi a tasso quasi nullo già domani. I grillini invece sono divisi. Conte pensa di far votare l’intero pacchetto europeo – fondo Salva- Stati compreso – alla vigilia del Consiglio Ue di metà giugno, quello che approverà il piano della Commissione. Il via libera politico del Parlamento non significa però garanza di tenuta dei gruppi 5S. Per questo, il premier si lascia le mani libere: «Se lo spread dovesse scendere molto», ragiona in queste ore, «potremmo evitare di ricorrere al Mes». È una scommessa rischiosa: ai tassi attuali dei titoli di Stato, infatti, raggranellare 36 miliardi “costerebbe” circa sette miliardi in più, e servirebbe uno spread assai migliore per ridurre significativamente questo margine di risparmio. Ieri, comunque, al Mef hanno brindato a un primo risultato positivo: appena il piano è stato annunciato, il differenziale con il Bund si è accorciato di 15 punti. «Oltre al Recovery – ricorda in ogni caso Amendola – abbiamo tre reti di protezione. Il Mes? Quando il quadro delle misure sarà completato, si valuterà tutto insieme. In modo pragmatico e nell’interesse esclusivo della nazione».
La battaglia, poi, si sposterà sui capitoli di spesa dei fondi Ue. E soprattutto sulla riforma delle tasse di Gualtieri. Scegliere come tagliarle sarà la vera sfida di una maggioranza in perenne fibrillazione .
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