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Conte: sul Mes nulla da temere. Vince il sì ma molti gli assenti

Le previsioni non sono state smentite: alla prova della risoluzione unitaria sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità la maggioranza ha retto. Alla Camera, nonostante 14 pentastellati che non hanno partecipato al voto (di cui dodici assenti giustificati, si sono affrettati a precisare i delegati d’Aula), i sì sono stati 291, i no 222. Al Senato, dove i numeri sono più esili, è andata ancora meglio: i favorevoli sono stati 164 (dunque tre sopra la soglia “psicologica” di 161), i contrari 122, gli astenuti due. Non hanno pesato a Palazzo Madama i quattro pentastellati che hanno votato in dissenso dal gruppo, compensati da Emma Bonino e da altri esponenti del Misto.

La spallata all’Esecutivo immaginata da Matteo Salvini (anche il centrodestra ha presentato una risoluzione unica) è fallita. Nelle sue comunicazioni al Parlamento alla vigilia del Consiglio europeo di oggi e domani, il premier Giuseppe Conte ha ribadito che la revisione del trattato «non introduce alcun automatismo nella ristrutturazione del debito di uno Stato». «L’Italia – ha aggiunto – non ha nulla da temere, anche perché il suo debito è pienamente sostenibile». Conte ha inoltre promesso di informare le Camere in tutte le occasioni in cui l’Italia sarà chiamata a esprimere nelle sedi europee la propria posizione e ha richiamato la «logica di pacchetto» già presente nella risoluzione votata a giugno dai gialloverdi, assicurando «l’equilibrio complessivo» di tutte le riforme sul tavolo: Mes, strumento di bilancio per la competitività e la convergenza (Bicc) e unione bancaria. Su quest’ultimo punto, il premier ha ricordato la contrarietà dell’Italia a ogni forma di ponderazione dei rischi dei titoli di Stato e alle disposizioni che prevedano una contribuzione degli istituti finanziari allo schema comune di assicurazione sui depositi in base al rischio di portafoglio dei titoli di Stato. L’Italia proporrà invece un titolo obbligazionario europeo, il common safe asset, «semmai nella forma di eurobond», e una maggiore ponderazione di rischio delle attività di livello 2 e 3.

È bastato per placare le fibrillazioni nella maggioranza, anche se nel M5S il dibattito ha innescato i primi addii al Senato verso la Lega, preoccupanti per la tenuta del “quadripartito” (si veda l’articolo a fianco). Ma il premier ha rassicurato: «Non temo ripercussioni. Con tutto il rispetto e la prudenza del caso procediamo spediti e concentrati». Il testo della risoluzione unitaria, speculare al discorso di Conte, impegna il Governo a «mantenere la logica di pacchetto, alla quale accompagnare ogni tappa mirata ad assicurare l’equilibrio complessivo dei diversi elementi al centro del processo di riforma dell’Unione economica e monetaria, approfondendo i punti critici».

Nel tradizionale pranzo al Quirinale, presenti il premier, i ministri Roberto Gualtieri, Enzo Amendola, Luciana Lamorgese e Lorenzo Guerini, nonché il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, il capo dello Stato Sergio Mattarella ha sottolineato non soltanto come sia ragionevole andare avanti sul Mes, ma anche come in questa fase nuova per l’Europa l’Italia non debba isolarsi e debba invece contribuire e stare dentro i tavoli di trattativa.

In Aula al Senato sono mancati momenti di tensione. Salvini, che ha bollato Conte come «la copia sbiadita e distratta di Monti», ha letto tutti i nomi dei 32 docenti universitari firmatari di un testo sui pericoli del Mes. «Sono tutti professori veri, con concorsi veri», ha chiosato, con un’altra frecciata al premier. Aggiungendo che «qui qualcuno toglie lo scudo penale all’Ilva e lo regala al Mes». Pronta la replica di Gualtieri: «Ennesima fake news di Salvini: la riforma del Mes non introduce nessuno scudo penale né modifiche agli articoli sulle immunità, che sono in linea con le norme che disciplinano il trattamento delle principali organizzazioni internazionali (Fao, Ue, Fmi, Banca Mondiale ecc.)». E anche Bankitalia ha sfornato un fact checking sul Fondo Salva-Stati: la riforma «non prevede né annuncia» alcun meccanismo di ristrutturazione del debito sovrano, «non danneggia il nostro Paese» e «attenua i rischi di contagio connessi con eventuali crisi di un Paese dell’area euro».

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