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E Conte studia la stretta. A Natale tutta Italia verso la zona rossa

Natale e Capodanno in zona rossa. O, comunque, con pesanti divieti di movimento e ristoranti chiusi anche a pranzo. Il clamoroso pacchetto di nuove misure restrittive finisce a sera sul tavolo del governo, nel corso di un vertice tra i capi-delegazione. Ne escono fuori tre scenari, tutti durissimi, validi per otto giorni (dal 24 dicembre al primo gennaio) oppure nei dieci giorni festivi e prefestivi (24-27 dicembre, 31 dicembre-3 gennaio, 5-6 gennaio), o infine dal 24 dicembre al 6 gennaio. La prima opzione prevede l’istituzione di una zona arancione nazionale. Questo comporta l’estensione del divieto di uscita dal proprio comune e la chiusura totale di ristoranti e bar. Il secondo scenario istituisce negli stessi giorni una zona rossa per l’intero Paese. Significa serrare pure i negozi, vietando gli spostamenti non essenziali fuori dalla propria abitazione e lasciando però un margine di flessibilità per il giorno di Natale, in modo da garantire tra l’altro la partecipazione ai riti religiosi. Esiste anche una terza possibilità, più soft, studiata dai giallorossi: affiancare alla chiusura di bar e ristoranti un rafforzamento del coprifuoco per l’intero periodo di festa. Scatterebbe alle 18 o alle 20, servirebbe a bloccare cenoni, aperitivi e feste in abitazioni private. La parola definitiva potrebbe arrivare oggi, dopo un summit aperto anche agli scienziati del Cts. I tre scenari, in ogni caso, potrebbero essere estesi anche al week end del 19-20 dicembre, considerato ad alto rischio per i movimenti programmati da milioni di italiani.
È “l’effetto Merkel”. Arriva come uno schiaffo di realismo, spegne l’euforia prenatalizia che fa tracimare vie dello shopping e piazze del Continente. «Voglio essere chiaro – dice Roberto Speranza, nel corso del vertice notturno – noi non avremo un effetto epidemiologico delle vaccinazioni prima di tre mesi. Se non stringiamo adesso, rischiamo di trovarci in pieno inverno con una terza ondata e senza ancora lo scudo dei vaccini». Significa, andando all’osso, che fino ad aprile gli italiani dovranno affrontare il virus senza l’ombrello dell’immunità. Nel pieno della stagione fredda, con gli ospedali ancora vicini alla saturazione. Le stime, in assenza di una stretta più pesante di quella già prevista, prevedono a fine gennaio un picco di morti fino a due volte superiore a quello già toccato. Ma c’è di più: la curva del contagio scende, ma troppo lentamente. Le strutture ospedaliere si svuotano, ma a un ritmo non sufficiente. Per questo il governo chiederà al Cts – su sollecitazione di Alfonso Bonafede – copertura scientifica alle preoccupazioni di queste ore. «Che arrivi una nuova ondata, è ormai certo – ricorda ai presenti Dario Franceschini, capofila del rigore – Se sarà davvero grave, dipenderà dalle regole che sapremo darci».
Il dibattito è delicato e si trascina a lungo. Oggi coinvolgerà anche la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. A lei spetta il compito di gestire con centinaia di migliaia di uomini delle forze dell’ordine una stretta durissima nei controlli sui movimenti e sul rispetto delle regole nelle città. Arrivando, se necessario, al blocco di piazze e arterie del commercio. Certo, esistono sfumature importanti tra le forze politiche. Ma è evidente che si fa strada il messaggio di Speranza, che è poi quello di Francesco Boccia e Franceschini: altro che allentare, semmai bisogna restringere. Lo dicevano quasi da soli, accerchiati dalle richieste dei gruppi di maggioranza che spingevano per ammorbidire. Adesso tutto è cambiato. Anche Conte ritiene che occorra «qualche ulteriore intervento di rinforzo», pur sperando di non dover stringere troppo. L’unica concessione alle richieste arrivate dal Parlamento sarà, forse, quella sui piccoli comuni nei tre giorni di festa. Sotto i cinquemila abitanti – e sempre che non si decreti zona rossa nazionale in quelle tre date di festa – saranno consentiti movimenti tra comuni confinanti. Italia Viva chiede che venga fissato un raggio di movimento di 30 chilometri, come la Lega. Conte pensa a 10-20, Pd e Speranza sperano ancora meno. Se l’opposizione non darà il via libera a una procedura accelerata, la maggioranza varerà un nuovo decreto che sostituisca l’attuale.
Il clima, dunque, è cambiato alla velocità del suono, seguendo parole e gesti della Cancelliera. Speranza, d’altra parte, sente quotidianamente il ministro della Salute tedesco. Con lui, sta fissando per i primissimi giorni di gennaio il Giorno del Vaccino europeo. La vera e propria campagna italiana di vaccinazione partirà invece attorno al 15 gennaio. Ed è proprio da qui che nasce l’allarme del ministro della Salute, per una ragione quasi aritmetica: il primo lotto Pfizer permette di vaccinare circa 1,7 milioni di persone (con 3,4 milioni di dosi), ma il primo carico di metà gennaio prevede un milione di fiale per mezzo milione di italiani. Se si considerano i tempi tecnici per eseguire le vaccinazioni e fornire copertura immunitaria, servono sei settimane per i primi risultati.
Il vaccino, insomma, è la luce in fondo al tunnel, ma a costo di altri sacrifici. Serve restringere, anche per bilanciare un effetto collaterale del “sistema a colori”: entro domenica prossima l’Italia sarà interamente gialla (per l’Abruzzo occorrerà attendere forse tre giorni in più), e a quel punto non basteranno le misure già approvate, come certificano le foto dello shopping. E Italia Viva? Non sembra mettersi troppo di traverso, durante il vertice, anche se è evidente che la stretta sanitaria rischia inevitabilmente di incrociarsi con l’opportunità di tirare la corda fino alla crisi di governo. Sconsigliandola.
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