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Conte: il Recovery è per il Paese, spazio ai privati

Il clima è stato più teso rispetto a venerdì, quando a Palazzo Chigi erano sfilati i sindacati. Mentre ieri mattina Giuseppe Conte avviava con Confindustria il nuovo round di incontri sul Recovery Plan (tra le associazioni convocate anche Confcommercio, Confartigianato, Cna, Confesercenti) si rincorrevano le voci sulle sue dimissioni imminenti, attese per stamane: il Conte bis agli sgoccioli. E il premier sapeva che le imprese non avrebbero fatto sconti. Né sul merito del documento né sul metodo. Così è stato. Conte ha provato a giocare la carta della condivisione. «Questo non è un piano del governo – ha esordito – ma del sistema-Italia, quindi deve essere ampiamente condiviso». Anche perché deve «costruire le basi per ricostruire e trasformare il Paese garantendo una robusta ripresa, una più efficace resilienza e la realizzazione delle riforme che valgano a superare le carenze strutturali del Paese e migliorarne la competitività».

Ecco, le riforme. Sono il primo tasto dolente: la promessa del premier suona troppo vaga per fugare i timori di un flop italiano che covano a Bruxelles. Da giorni lo ripete il Commissario Ue agli Affari economici, Paolo Gentiloni: l’Italia deve cogliere l’opportunità del Recovery Plan per affrontare le sue debolezze storiche. E certo la crisi politica in atto non aiuta a trasmettere all’esterno la sensazione di solidità che sarebbe necessaria per fare le riforme strutturali che l’Europa ci chiede.

È stato il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, a incaricarsi di rassicurare: «Con la Commissione Ue c’è un confronto costante e positivo per la buona riuscita del Recovery Plan italiano». Il lavoro tecnico per la finalizzazione dei progetti e del calendario di attuazione delle riforme «è in corso». «Il che – ha tenuto a precisare Gualtieri – riguarda tutti i Paesi, visto che nessuno ha ancora presentato la versione definitiva del piano». Il titolare dei conti pubblici ha poi sottolineato la novità dell’uso di strumenti finanziari a leva per realizzare partnership pubblico-privato, introdotta nell’ultima bozza di Recovery. Una spinta «per favorire la mobilitazione degli investimenti privati in diversi ambiti» , dalle filiere produttive strategiche al made in Italy.

Alle critiche di Confindustria, secondo cui sul tema lavoro il piano insiste ancora sui centri pubblici per l’impiego e non indica la direzione che il governo intende intraprendere sulla riforma degli ammortizzatori sociali, ha replicato la ministra Nunzia Catalfo. Ricordando che sono previsti 7 miliardi per collegare tutti gli strumenti di sostegno al reddito passivo a politiche attive del lavoro «attraverso una forte cooperazione tra il sistema pubblico e le agenzie» e per incentivare la creazione di partenariati pubblico-privati «anche nella forma delle industry academy». Stefano Patuanelli (Sviluppo economico) ha rivendicato invece il lavoro condiviso su Transizione 4.0, «base del piano industriale del Paese» e ha rimarcato come l’idrogeno sia un capitolo fondamentale.

Sulla seconda grande contestazione delle imprese – il buio sulla governance – nessuno ha potuto obiettare. «Le note vicende politiche non hanno aiutato», ha ammesso Gualtieri, alludendo al fatto che la rottura con Matteo Renzi è avvenuta proprio sulla proposta, poi tramontata, della maxi task force da 300 tecnici. «Colmeremo la lacuna rapidamente», ha detto. Mentre Conte ha rinnovato l’annuncio di un provvedimento che delinei «percorsi normativi e di semplificazione burocratica» e che «abbia al centro un sistema di monitoraggio di tutti i cantieri, con una struttura centralizzata che consenta di poter intervenire laddove sorgano difficoltà di esecuzione». Ormai se ne occuperà il prossimo governo.

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