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Conte punta all’accordo su Autostrade senza i Benetton azionisti di controllo

ROMA — C’è una data cerchiata in rosso sul calendario di palazzo Chigi: 30 giugno. L’hanno segnalata sia la ministra ai Trasporti Paola De Micheli, sia il titolare dell’Economia Roberto Gualtieri. E obbliga il governo a una corsa disperata contro il tempo. Per scongiurare il rischio di dover sborsare una ventina di miliardi: la cifra che i Benetton potrebbero chiedere allo Stato per chiudere una volta per tutte la partita su Autostrade per l’Italia (Aspi).
Anche per questo Giuseppe Conte vuole accelerare. Convinto che tergiversare oltre finirebbe solo per aggravare le tensioni interne alla maggioranza. O così almeno ha spiegato alla responsabile delle Infrastrutture e ai capidelegazione. Nei «prossimi giorni», ha fatto sapere, intende far quadrare il cerchio, o quantomeno «provarci». Il problema è individuare un compromesso tra due spinte contrapposte: il Movimento da una parte, gli alleati dall’altra. Persuaso che i 5S, almeno su questo punto, non possono essere umiliati fino in fondo: non reggerebbero all’urto di un’altra sconfitta. Mentre il Pd pare ormai al limite della sopportazione. «Su Aspi è tempo di decidere, la concessione è una cosa seria, non bisogna avere preconcetti », ha tuonato ieri sera il segretario Nicola Zingaretti: «Io voglio sapere se è stata rispettata o no».
Mediare, allora, ma come? Nel migliore dei mondi possibili, il presidente del Consiglio imporrebbe condizioni talmente dure da far digerire anche ai Cinque Stelle la permanenza della famiglia veneta al vertice di Autostrade. Ma siccome questo schema finora non ha prodotto un’intesa, e il rapporto con Atlantia – la holding che controlla Aspi – sembra logoro, in queste ore Conte si va persuadendo che l’unica via d’uscita sia ottenere uno scalpo: quello dei Benetton, appunto.
Ai grillini ha fatto sapere che lavora a una loro uscita di scena dalla partita autostradale. Gli basterà che non abbiano più la maggioranza in Aspi, dunque che perdano il controllo della concessionaria. O, meglio ancora, che vendano l’intero pacchetto azionario. Lo scambio sarebbe prevedere per chi subentrerà condizioni assai meno svantaggiose di quelle finora minacciate, in modo da poter comunque far vendere bene — e non svendere — ai Benetton le loro quote. Tutto, insomma, sembra ormai ruotare attorno al prezzo, più che alla possibilità che la famiglia resti a gestire Autostrade. Ma per far subentrare chi? Un privato, nella migliore delle ipotesi, a cui lavora il governo. Probabilmente affiancato dallo Stato, ad esempio attraverso Cdp. Una proposta che tuttavia Atlantia difficilmente vorrà prendere in considerazione. Cedere un pacchetto di minoranza, questo sì è possibile: i Benetton hanno già detto di essere disponibili. Ma mollare tutto, piegandosi ai diktat del governo, non appare al momento plausibile. Pronti, semmai, a impugnare la pistola del contenzioso miliardario. Che oltretutto è stato l’esecutivo a caricare. Il decreto Milleproroghe, pubblicato in Gazzetta il 2 gennaio, ha infatti cambiato in modo sostanziale il valore di indennizzo della concessione, disponendo che in caso di revoca questa possa passare ad Anas per 7 miliardi. Una modifica sopraggiunta e unilaterale che, in base all’art.9 della Convenzione Unica in vigore tra Aspi e Mit, deve essere accettata formalmente dal concessionario entro 6 mesi. Spirati i quali — e si torna al 30 giugno — Autostrade avrebbe la facoltà di restituire le chiavi dell’asset autostradale, chiedendo come ristoro l’intero valore della concessione fino alla scadenza (nel 2038). Intorno ai 23 miliardi, secondo i calcoli della società. In grado di scatenare l’ennesima guerra di carte bollate, per la gioia di stuoli di avvocati.
Il rischio preoccupa in particolare il ministero dell’Economia. Già da venti giorni impegnato in un ciclo di incontri tecnici con i rappresentanti di Aspi per ragionare sul taglio delle tariffe (proposto dalla stessa concessionaria) e sulla richiesta a Sace di garanzia sul prestito bancario. Un modo, anche, per abbassare la temperatura. In vista della trattativa- lampo che attende il premier. Sempre che infine si riesca a raggiungere un’intesa in maggioranza. Il che, allo stato dell’arte, appare tutt’altro che scontato.
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