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Conte da Merkel pronto a trattare “Meno soldi, ma niente condizionalità”

Giuseppe Conte è pronto alla svolta: oggi pomeriggio, nel chiuso del castello Meseberg, farà capire ad Angela Merkel che l’Italia è pronta a rinunciare a qualche miliardo europeo. A patto che il Recovery Fund non venga zavorrato da condizionalità tali da renderlo inefficace. La linea del presidente del Consiglio è maturata nel fine settimana, quando ha realizzato che impuntarsi sul totem dei 750 miliardi avrebbe esposto Roma ad alti rischi di ingerenza esterna dei rigoristi del Nord sulle riforme per accedere ai fondi dell’Unione.
Il premier considera quello di venerdì e sabato a Bruxelles «il vertice europeo più importante dei prossimi 40 anni», nel quale in ballo non c’è tanto il suo futuro personale o del governo, ma quello del Paese e, di conseguenza, di tutta l’Unione. Non stupisce dunque che l’avvocato dopo il tour europeo della scorsa settimana, oggi volerà da Angela Merkel e giovedì, alla vigilia del summit, si intratterrà a Bruxelles con Emmanuel Macron. L’incontro decisivo è però quello di Berlino, visto che la Cancelliera da neo presidente di turno dell’Unione ha già preso in mano i fili del negoziato, mediando tra mediterranei e “frugali” alla ricerca di un accordo da chiudere nel week end o, al più tardi, con un nuovo vertice straordinario pochi giorni dopo.
Finora Conte ha scelto di tenere duro sulla cifra totale, i 750 miliardi composti da 500 miliardi a fondo perduto e 250 di prestiti. Per l’Italia un assegno da 172 miliardi. Di fronte all’intransigenza del premier su questo pacchetto, Merkel ha deciso di accontentare i nordici sulle condizionalità con le quali saranno erogati i fondi, facendo inserire nella bozza di accordo la possibilità che una minoranza di Paesi, capaci di rappresentare il 35% della popolazione europea, possa bloccare il via libera della Commissione Ue all’esborso dei fondi. Un rischio che Conte ha toccato con mano durante il bilaterale con Rutte, quando l’olandese ha fatto capire che per l’ok i “frugali” chiederanno riforme dolorose. Minaccia resa esplicita ieri dal Cancelliere austriaco Sebastian Kurz: «Sarebbe negligente» non chiedere come Roma spenderà i soldi del Recovery – ha affermato – visto che «in Italia diversi programmi di sostegno Ue non hanno portato il risultato sperato e il Paese deve ancora combattere con il sommerso e non è competitivo su pensioni e mercato del lavoro ».Ecco lo spettro dell’ingerenza esterna, l’incubo di un diktat “frugale” di riforme politicamente insostenibili, a partire dalla cancellazione anticipata di Quota 100 o delle vecchie pensioni retributive. Una sorta di Troika soft che il premier ritiene inconcepibile. Preoccupazioni che si sfogheranno oggi tra le mura del castello di Meseberg, faccia a faccia con Merkel: «Lo spostamento dei poteri dalla Commissione al Consiglio (dove siedono i governi, ndr), è inaccettabile», sosterrà il capo dell’esecutivo. Conte presserà perché si torni al sistema originario, secondo il quale spetta a Bruxelles decidere se promuovere il Piano nazionale di riforme, premessa per l’esborso delle risorse Ue, e alle capitali resta solo la facoltà di bloccare la scelta con una maggioranza pari al 65% della popolazione. In questo modo, il potere di interdizione dei nordici sarebbe assai diluito, così come sarebbe scongiurato il rischio di rendere troppo farraginose le procedure rallentando l’afflusso dei soldi verso un’economia martoriata dalla crisi. Insomma, meglio negoziare le riforme con Bruxelles, giudicata più ragionevole e meno ideologica, affidando anche un ruolo di controllo democratico al Parlamento europeo di David Sassoli.
Non sarà facile convincere la Cancelliera. Il timore è che Merkel resti ferma sulla sua posizione non solo per favorire un compromesso con i nordici, ma anche perché pressata dall’ala destra del suo partito (Cdu), guidata da Wolfgang Schaeuble. Il premier, dunque, sa che per chiudere è necessario concedere qualcosa ai frugali. E farà capire a Merkel che un secondo prima di siglare l’intesa al vertice Ue, l’Italia sarà pronta a cedere una quota di risorse. A patto però che la gestione del Recovery torni alla Commissione. Conte per ragioni negoziali negherà pubblicamente ogni ipotesi di sforbiciata, ma alla fine potrebbe accettare di chiudere intorno ai 650 miliardi (per l’Italia una perdita di appena 20 miliardi). Purché a essere tagliati siano in buona parte i 250 di prestiti, non i 500 degli aiuti a fondo perduto. D’altra parte, ricorderà il premier alla Cancelliera, la firma sui 500 miliardi è franco- tedesca e ora è il momento di «ribadire la vostra leadership». In caso contrario, l’Italia bloccherà i rebates, ovvero gli sconti per i nordici sui versamenti al Bilancio Ue vitali per Kurz, Rutte e soci.
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