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Conte: “La responsabilità paga” Ma i leader boicottano la verifica

ROMA — Girarci intorno. Ma volerlo a tutti i costi. Giuseppe Conte punta a strappare un vertice vero. Con i leader della maggioranza seduti per la prima volta intorno a un tavolo. Zingaretti, Di Maio, Renzi e Speranza. In modo da saldare la coalizione, ma soprattutto allontanare il senso di vuoto post-Finanziaria che già si comincia ad avvertire e quindi della crisi. Obbligare tutti alla responsabilità e lanciare il cronoprogamma cioè l’agenda 2023. I tre anni di legislatura mancanti.
Sul suo tavolo il premier ha i risultati di una mega-ricerca Ipsos. Tra le cento tabelle una dice che Conte riguadagna posizioni e stacca di 13 punti Salvini tra i politici più graditi. Un’altra, speculare, mostra come i partiti più collaborativi nei confronti del governo guadagnino fette di elettorato mentre la corsa ai distinguo e alla visibilità di Italia Viva, per esempio, non viene premiata. «Si cresce se ci si dimostra responsabili — osserva Conte commentando i dati coi suoi collaboratori — Fare i pazzi non serve».
Dopo una serie di appelli caduti nel vuoto (il conclave trasformato poi in cena di classe con tanto di torta per il compleanno di Guerini, l’annuncio della verifica) Conte si toglie dunque una piccola soddisfazione. «È utile a tutti dare un’immagine di compattezza», dice. Il sondaggio è stato realizzato prima dello scontro sul salvataggio della Banca Popolare di Bari. Ma a Palazzo Chigi non hanno dubbi: il trend aiuta chi si muove in maniera leale e responsabile. Anche la tabella sulla lotta all’evasione dimostra che non ha appeal giocare sul filo del rasoio con la materia fiscale. Il 70 per cento degli intervistati si dichiara a favore di un maggior contrasto a chi fa il nero. Ecco perché il governo può andare avanti (e trova una prima missione del nuovo anno nella lotta agli evasori) ed ecco perché un vertice dei leader, non più dei capidelegazione, «sarebbe importante ed utile», secondo l’opinione del premier. Non c’è nessuna intenzione di staccare la spina.
Ma le condizioni di questa riunione salvifica e necessaria alla causa se si crede nel futuro giallo-rosso, non ci sono. Per il momento. Anzi. Il gioco di questi giorni, mentre la legge di bilancio fila via liscia e segna più di una semplice tenuta (166 sì alla fiducia in Senato), sono le grandi manovre intorno alla legge elettorale, alle scelte in Banca d’Italia, alle nomine in Rai. I leader o si smarcano o si sfidano. Ieri notte, al summit sull’autonomia, c’era un clima pessimo. Il ministro Boccia ha alzato la voce contro i grillini, contrari al suo progetto.
Così si spiega la manovra di accerchiamento del premier, i suoi tentativi di voltare pagina che sono andati finora a vuoto. Matteo Renzi continua a far sapere al presidente del Consiglio che il format dei capidelegazione è più che sufficiente. Come quello andato in scena ieri sera a Palazzo Chigi. Non si può essere di lotta e di governo se ti accomodi a un “caminetto”. La risposta del capo di Italia Viva rimane negativa, malgrado le ambasciate che gli sono arrivate da Palazzo Chigi. C’è il suo veto sul super-vertice. Per adesso. Anche Luigi Di Maio non fa i salti di gioia all’idea di una riunione dei leader. Preferisce giocare in proprio, tanto lui agli incontri di maggioranza ci va già in quanto capodelegazione del Movimento 5 stelle. Nel suo caso, il timore è l’abbraccio metaforico, magari suggellato da una foto, con Renzi, il quale è allo stesso tempo un alleato e uno sfidante. La partita della legge elettorale è scivolosa. Sottobanco le forze di maggioranza trattano con quelle di opposizione. E viceversa tanto che Maria Stella Gelmini ha chiesto di avere prima una proposta unitaria del centrodestra. Sulla Rai, che significa nuovi equilibri in vista delle regionali del 2020 e non sia mai di una possibile campagna elettorale per le politiche, Zingaretti cerca di abbattere il muro dei 5 stelle. Dal Nazareno annunciano battaglia: «Continuano le imposizioni e i veti di Di Maio in Rai. Speriamo che l’ad Salini smetta di accettarli. C’è bisogno di più pluralismo e non di diktat». Il vertice di Viale Mazzini si accinge a fare le nomine dopodomani ma senza toccare i tg (Stefano Coletta a Raiuno, Ludovico Di Meo a Raidue e Franco Di Mare a Raitre). Niente Tg3 per la seconda forza del governo, il Pd. Se Salini non cambia idea, i dem sono pronti a fare le barricate. C’è solo un giorno per non litigare anche sulla tv. E il super-vertice si allontana.
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