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Tra Conte e Gualtieri il giorno della tregua “Adesso le riforme”

ROMA — È il giorno della tregua. Una pace d’interesse siglata da Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri, dopo una guerriglia senza quartiere tra il Pd e Palazzo Chigi. Il premier e il suo ministro dell’Economia, a sera, giurano di essere impegnati a limare in gran segreto un mega piano di riforme del governo. Sarà presentato agli Stati generali. Lo chiameranno “masterplan” e servirà a recepire alcune idee della task force di Colao, ad aggiungerne altre partorite dai ministri giallorossi, a rassicurare l’Europa per ottenere i finanziamenti del recovery fund.
Al testo dell’esecutivo – che sarà la base del grande Piano nazionale delle Riforme – lavora pure il direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera. Proprio lui, la figura attorno a cui l’esecutivo è arrivato sull’orlo dell’implosione.
Il nastro va riavvolto, dopo giorni di veleni. Per capire, soprattutto, il senso della tregua. Il duello tra Conte e il Nazareno nasce attorno all’organizzazione degli Stati generali dell’economia. E cresce dopo gli attacchi ripetuti del Pd all’avvocato, accusato di protagonismo e leadership solitaria. Sospetti, timori di complotti, angosce di defenestrazione avvolgono repentinamente Palazzo Chigi. E spingono lunedì sera il capo dell’esecutivo a lasciar trapelare un allarme che suona così: pezzi dello Stato – o meglio ancora, apparati e burocrazie ministeriali – vogliono far cadere il governo, impedire le riforme, sgambettare il presidente del Consiglio.
Per dodici ore, nessuno smentisce questa ricostruzione. Anzi, si aggiungono dettagli. Conte ce l’ha con alcuni partiti che lavorano per sabotarlo, con intellettuali che remano contro, con grand commis dello Stato. Circola soprattutto un nome, quello di Rivera, ma anche Di Maio, Renzi e il presidente di Confindustria Bonomi. Ma è al direttore generale del Tesoro, alla sua gestione del Mef che il premier pensa quando nei vertici di governo si lamenta: «Dobbiamo accelerare, non farci trovare impreparati per l’autunno». Sogna un vero e proprio reset dell’economia, l’avvocato. Una super squadra dedicata alla gestione della crisi più grave della storia dell’eurozona. A volte accarezza addirittura l’idea di un rimpasto che coinvolga pure il titolare di via XX settembre.
Ma questo è appunto il momento più aspro del conflitto. Ieri, invece, entrano in campo i mediatori. Lima e tesse la tela Dario Franceschini. Nicola Zingaretti, nel frattempo, prova a rassicurare personalmente il capo del governo. Fa sapere a Conte che bisogna sminare gli Stati generali, evitare di uscire dalla kermesse a mani vuote, alimentando attese vane. E così, Palazzo Chigi accelera sul piano e accantona per un po’ il timore di complotti. Conte chiama Gualtieri e Rivera. Insieme, promettono di lavorare giorno e notte, fino a venerdì, per mettere nero su bianco le misure per la ripartenza.
Si tratta ovviamente del recovery plan. Gli assi dell’agenda di governo sono tre: sostenibilità, innovazione e coesione. I progetti sono quelli della riforma fiscale, digitalizzazione, green economy, interventi sulla pubblica amministrazione e sulla giustizia. Un menù di riforme che finirà dritto sul tavolo dell’evento di villa Pamphili, ma che prima sarà discusso dai ministri interessati e dai capi delegazione. La tregua non significa che tutto fili liscio, però. Per Conte serve comunque una svolta al Tesoro. È il momento di garantire ritmo e scelte «agili». L’avvocato vuole riattivare un motore che giudica imballato. Da qui nasce quel fastidio verso schegge del sistema e apparati ministeriali (anche se nel pomeriggio, dopo molte ore, nega di aver pronunciato la frase «c’è un pezzo di Stato che rema contro le riforme e il governo». E nega perché, assicura, è un ragionamento che «non appartiene al mio senso dello Stato»).
Per adesso, il Pd sta al gioco. Semmai, chi si ritrova in mezzo è Vittorio Colao. Interverrà a villa Pamphili, invitato dal premier, anche se lunedì la diffusione non concordata del documento della task force aveva provocato nuove tensioni tra i due. Dalla sua, continua ad avere lo scudo garantito dal Pd. Ma il patto tra Conte e Gualtieri lo spinge inevitabilmente ai margini dell’evento.
Il ministro dell’Economia, invece, accetta la mano tesa di Palazzo Chigi. Aveva appreso degli Stati generali dai tg, prendendola malissimo. Adesso preferisce accantonare le polemiche. Certo, non nasconde che sarebbe servita una maggiore sobrietà nel comunicare questo appuntamento. Fosse stato per lui, avrebbe organizzato un confronto nella sala Verde di Palazzo Chigi, l’avrebbe chiamato “patto” con le parti sociali ed evitato quel tono solenne che ha innervosito il Pd: senza risultati concreti, la grancassa mediatica rischia di ritorcersi contro l’esecutivo. Su un nodo, però, non è poi così distante da Conte: il piano Colao. Riconosce all’ex ad di Vodafone di aver lavorato a un progetto con suggerimenti validi, ma di averne messo nero su bianco altri più controversi. E poi, non nasconde di aver rintracciato tra le 121 pagine del documento anche alcune proposte che in passato Confindustria aveva provato a sottoporre al governo. E che ormai al Mef riconoscono in un baleno.
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