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Conte apre sul Recovery Ma si tratta anche sui Servizi

È una verifica partita alla cieca, o quanto meno a carte coperte. Non le mostra il Pd, preoccupato più per lo sfarinamento della maggioranza che per gli attacchi di Matteo Renzi. Non le scopre Giuseppe Conte, che ai partiti ha detto: «Sarei anche pronto a rafforzare la squadra, ma nessuno me lo ha chiesto. Se poi volete cambiare voi qualche elemento, fate pure». Tradotto: non intendo aprire una crisi che non so come chiudere. Infine, non fa vedere cos’ha davvero in mano Matteo Renzi: non lo farà neanche domattina, quando arriverà dal presidente del Consiglio con una lista di punti da discutere. Temi, dal Recovery alle infrastrutture, passando per il Mes sanitario, che nessuno crede davvero siano la materia del contendere.
Qualcosa, le convulsioni degli ultimi giorni l’hanno già prodotta: la cabina di regia che doveva gestire il Recovery fund non sarà quella che il presidente del Consiglio aveva annunciato. Non solo non avrà i poteri derogatori che lo stesso Pd aveva contestato in Consiglio dei ministri, con il ministro della Difesa Lorenzo Guerini che si è alzato in piedi dicendo: «Capisco l’obiettivo, ma lo strumento è pericoloso e da rivedere». Il premier aveva promesso un approfondimento, poi tutto si è interrotto per la falsa positività al Covid della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. Subito dopo, il discorso di Renzi in Senato ha reso quell’idea del tutto impraticabile. Cambieranno molte cose. A partire dal nome e da quei due ministri che dovevano essere di raccordo, Enzo Amendola, Politiche europee, e Stefano Patuanelli, Sviluppo (idea contro la quale avrebbe remato, nell’ombra, anche Luigi Di Maio).
A saltare è anche l’emendamento alla manovra di bilancio che doveva creare una fondazione per la cybersecurity assegnando un ruolo operativo al Dis di Gennaro Vecchione. Anche lì, prima ancora di Renzi, erano insorti i vertici di Aise e Aisi. La questione è rimandata a un decreto. Ma Italia Viva non si accontenta: quando pone sul tavolo la questione dei servizi, parla della delega che – secondo Renzi – non può restare in mano al premier. La proposta fatta trapelare è che vada a «un bideniano come Ettore Rosato o Emanuele Fiano ». Richiesta bizzarra, perché il secondo è un deputato del Pd, e il primo – proprio perché di Iv – è accostato a un ruolo che richiede la totale fiducia del presidente del Consiglio. La sensazione dei dem è che la vera posta in gioco sia un’altra. Ieri la tensione è salita dopo che Renzi ha fatto saltare l’incontro con Conte previsto per le 13, adducendo come ragione gli impegni europei di Teresa Bellanova. Impegni di cui la ministra aveva chiaramente già avvertito tutti. La voce sui viaggi all’estero delle ultime settimane del leader di Italia Viva, l’ipotesi di un’offerta lavorativa arrivata dagli Stati Uniti, ha fatto il resto.
Raccontano il sentimento predominante le parole pronunciate in sala Garibaldi da Ettore Licheri: «Il vero errore di Conte – chi racconta l’aneddoto imita l’accento sardo del capogruppo M5S – è stato non capire che non si fa a botte con gli scapoli». «Ma io ho moglie e tre figli», ha ribattuto Renzi. E Licheri: «Intendevo politicamente ». Quindi è quello, il timore. Che il leader di Italia Viva senta di non aver molto da perdere, infuriato perché si è visto “mandare avanti” dagli alleati, che poi si sono ritirati al grido di «al voto al voto», in caso di caduta del governo. E invece, l’ex premier è convinto che sia necessario un Conte ter. Ripete di non ambire ad alcuna poltrona, ma i dem sono convinti che Iv abbia puntato uno dei due ministeri chiave per il Recovery Fund: Sviluppo o Infrastrutture. E che nella partita della verifica entri anche la questione delle nomine di primavera, quando scade – tra l’altro – l’ad di Cdp, quel Fabrizio Palermo che i 5S intendono difendere a qualsiasi costo e che il Pd non vorrebbe riconfermare (il principale pretendente è l’ad di Invitalia Domenico Arcuri).
Ma la preoccupazione del Pd non riguarda solo la tenuta immediata del governo: quel che il segretario Zingaretti teme di più è una verifica “di panna”, con un risultato fumoso che non farebbe che rinviare problemi e nodi politici. A cominciare da quelli di cui non si parla: le riforme istituzionali, la legge elettorale. Un ministro lo racconta attraverso un’immagine: da tre mesi, in aula, ognuno applaude i suoi. Il Pd i ministri dem, i 5 stelle i loro, Iv se stessa: «Non c’è più un sentimento di solidarietà e neanche di lealtà. Tutti pensano solo a piantare bandierine».
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