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Conte ai sindaci: fino a 3 miliardi extra e nuovo deficit

ROMA

Un altro finanziamento aggiuntivo fino a 3 miliardi, che potrebbe poggiare su una nuova richiesta al Parlamento per rivedere gli obiettivi di deficit.

Suona così il cuore delle promesse con cui il premier Conte ha chiuso ieri le tre ore di confronto con gli amministratori locali. Un’apertura decisa. Che serve al premier a evitare un problema politico, mantenendo aperto quell’asse con i sindaci che hanno lavorato con il governo fianco a fianco nei passaggi più delicati dell’emergenza nonostante le tensioni crescenti sui bilanci, ma prova a scacciare soprattutto un problema pratico: perché una paralisi generalizzata delle città manderebbe all’aria la prima linea nella gestione della crisi. «Non possiamo permettere che i Comuni italiani vadano in dissesto», ha detto Conte nel corso del vertice. Con altri tre miliardi, si arriverebbe a 7 nell’ombrello complessivo anti-Covid per i Comuni.

La quadra tecnica con la Ragioneria è ancora tutta da trovare, ma l’impegno è chiaro (per il Mef erano presenti al vertice i viceministri Castelli e Misiani). Anche perché l’allarme è diventato presto rosso nel corso di un confronto a tratti duro con i sindaci delle Città metropolitane, da Sala a Merola e Nardella, da Raggi a De Magistris e Orlando. Che si sono collegati con Palazzo Chigi poche ore dopo che l’Anci, in audizione alla Camera sulla manovra anticrisi, aveva ribadito le cifre del problema: i 3 miliardi messi dal decreto (900 milioni arriveranno oggi sui conti dei Comuni, e 150 su quelli delle Province) nascono per coprire un buco che ne può valere fino a 8. Per la tariffa rifiuti mancano previsioni specifiche, ma la crisi può costare fino a 1,5 miliardi: lo stop al turismo farebbe perdere almeno 400 milioni all’imposta di soggiorno, ma in manovra ce ne sono 100, per il trasporto pubblico locale servono almeno 800 milioni contro i 500 del fondo già approvato, per l’Imu degli alberghi la copertura va raddoppiata a 150 milioni, e così via.

Non tutto si può fare subito. Ma non tutto può aspettare i tempi, ancora indefiniti, degli aiuti europei. Di qui l’ipotesi di un intervento in due tappe: i primi correttivi come emendamento al decretone, magari anticipando la chiusura del monitoraggio sulla distribuzione del primo fondo e utilizzando parte della dote parlamentare su cui però la concorrenza è spietata. E poi una seconda mossa, sulla quale Conte ha ipotizzato il nuovo ricorso al deficit anche sulla base del fatto che enti locali e Regioni non sono gli unici a premere.

Ma non basta. Perché per evitare un blocco della spesa che darebbe altro fiato alla recessione proprio mentre il governo lavora a un rilancio degli investimenti pubblici serve una rinfrescata alle regole per adattarle alla crisi.

I Comuni chiedono «vincoli finanziari più flessibili», che si può tradurre con la possibilità di chiudere in deficit anche i bilanci preventivi (quelli che autorizzano la spesa), e poteri commissariali sulle opere «di interesse strategico locale» (Sole 24 Ore di lunedì) sulla falsariga di quanto deciso per l’edilizia scolastica con un emendamento approvato al decreto Scuola. E su questi punti hanno ottenuto l’impegno di Conte, come sulla sospensione per quest’anno dei piani di rientro e delle verifiche sul riequilibrio dei Comuni in pre-dissesto e sulla previsione di fondi diretti per cultura, turismo, mobilità e welfare.

Vasto programma, su cui «all’impegno del presidente ora devono seguire i fatti», come dichiara alla fine del match il presidente dell’Anci Antonio Decaro con cauta soddisfazione.Ma il lavoro non sarà né facile né breve, al punto che all’orizzonte si profila un possibile rinvio dal 31 luglio al 30 settembre del termine per chiudere i bilanci preventivi, che trascina con sé le decisioni sulle aliquote dell’Imu e degli altri tributi locali.

A complicare il quadro c’è anche il fatto che quello dedicato agli enti locali non è ovviamente l’unico capitolo critico del kolossal anticrisi. Che secondo la Corte dei conti, come scritto dai magistrati contabili nella memoria depositata ieri alla Camera, ha bisogno anche di «risorse aggiutive» sugli investimenti «per ampliare il volume di opere da realizzare e potenziare le strutture tecniche della Pa da cui dipende il recupero della capacità progettuale».

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