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Contanti, i prelievi giustificati

Chi fa la voluntary disclosure deve giustificare i prelievi in contanti di importo rilevante. In caso contrario, le somme tratte dai conti esteri potrebbero essere imputate a reddito, con applicazione di imposte e sanzioni. Mentre da un punto di vista penale la presenza di prelevamenti «anomali» può dare luogo a indagini volte ad accertare la commissione, tramite il denaro prelevato, di reati non coperti dalla legge n. 186/2014 (corruzione, concussione per induzione ecc.). Gli operatori, però, restano in attesa di indicazioni riguardo al «quando» i prelievi effettuati facciano scattare il campanello d’allarme.

L’art. 5-quater del dl n. 167/1990 prevede infatti l’obbligo, per il contribuente che attiva la procedura, di fornire tutta la documentazione necessaria affinché i redditi derivanti dalla utilizzazione e dismissione degli investimenti all’estero possano essere calcolati. Un caso tipico che potrebbe verificarsi è quello che vede prelievi periodici di importo pressoché costante, destinati all’autoconsumo.

In sede di disclosure, di regola tali prelievi non dovrebbero assumere rilevanza reddituale, qualora l’importo sia coerente con le normali esigenze personali e familiari del soggetto. Si pensi al caso di un contribuente che dispone di un conto non dichiarato in Svizzera con un saldo di un milione di euro, che negli anni ha prelevato abitualmente in contanti 5 mila euro a bimestre. Nella ricostruzione dei rendimenti occultati al fisco, le operazioni in esame non necessiterebbero di una giustificazione analitica.

La congruità tra prelievi e tenore di vita non dovrebbe far scattare neanche il sistema di presunzioni previsto dall’articolo 32, comma 2 del dpr n. 600/1973, che considera i prelievi come ricavi. Tale disposizione, più volta applicata dalla Cassazione, ha subito tuttavia uno stop da parte della Corte costituzionale con specifico riguardo ai professionisti. Con la sentenza n. 228/2014, infatti, la Consulta ha scardinato la validità della presunzione per i lavoratori autonomi, che per natura apportano un elevato grado di intellettualità alle proprie prestazioni. La norma, invece, è destinata agli imprenditori individuali, per i quali il fisco presume che i contanti prelevati servano ad acquistare materie prime o merci da rivendere successivamente in nero (da qui il maggior ricavo).

A prescindere dalla tipologia di attività economica esercitata dal soggetto che chiede la voluntary disclosure, la problematica si pone invece di fronte a prelievi anomali: sia nell’importo (per esempio 200 mila euro su un saldo di 1 milione) sia nella tempistica (vale a dire un prelievo difforme dalle solite abitudini mensili o periodiche). Fermi restando i dubbi aperti su come si qualifica e quantifica la «straordinarietà» del prelievo, il contribuente dovrebbe in ogni caso documentare all’Ucifi la destinazione di tali somme.

Se l’istante riesce a fornire prova documentale (acquisto di un’opera d’arte, donazioni, deposito delle somme in una cassetta di sicurezza) la procedura può seguire il suo normale seguito. In assenza di elementi probatori, invece, a carico del contribuente potrebbero aprirsi scenari non previsti. A livello fiscale, il prelievo andrebbe incontro a una riqualificazione come reddito per l’intero ammontare, con applicazione di imposte, sanzioni e interessi. Ma conseguenze ancora peggiori per il contribuente potrebbero arrivare in chiave penale, dal momento che la movimentazione non giustificata di un’elevata somma di contanti potrebbe innescare ulteriori approfondimenti volti a ricostruire la strada del denaro.

Una situazione che non risparmia nemmeno chi ha effettuato un prelievo anomalo (rispetto alle abitudini di consumo) per fare effettivamente fronte a una serie di esigenze «straordinarie» nella vita quotidiana: lavori edili pagati in nero, acquisto di gioielli od orologi fuori dai canali ufficiali, debiti pregressi ecc. In questo caso, oltre al possibile effetto delatorio verso i terzi beneficiari delle somme, resterebbe sempre la difficoltà nel produrre documenti di prova a supporto dei pagamenti.

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