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Contante «Meno banconote? Sconti ai clienti» La lezione delle file in autostrada

Le banconote sono al centro di un ampio dibattito. Politico e privato. Tutti le abbiamo in tasca: immaginare che spariscano è un controsenso. Se ne circolassero meno, forse, si potrebbe dare un colpo all’evasione fiscale e al lavoro nero. E c’è di più: un eccessivo utilizzo del contante è anche un costo, una tassa che vale più di otto miliardi l’anno (0,52% del Pil). E’ giusto pagarla? L’Italia è in coda alla classifica europea dell’uso di moneta elettronica. Per tanti motivi. Abbiamo provato ad indagare sul coté privato del dibattito con i conti in tasca alle famiglie. Quando conviene davvero cambiare passo e far spazio alle carte di credito? Quando invece il denaro di plastica costa troppo? 
La stima dei costi sociali pari a mezzo punto di Pil è del novembre 2012 (Banca d’Italia, su dati 2009), ma è stata ribadita il 24 settembre scorso da Rossella Orlandi, direttore dell’Agenzia delle Entrate, che vi ha aggiunto 4 miliardi per il sistema bancario. Totale, 12 miliardi di fardello portato dal contante all’Italia. «Il motivo per cui la carta di pagamento non è usata in questo Paese è culturale, di disabitudine — commenta Gianfranco Torriero, vicedirettore generale dell’Abi che l’11 febbraio è intervenuto sul tema alla Commissione parlamentare di vigilanza sull’Anagrafe tributaria —. A ciò si aggiunge il sommerso che svolge un ruolo importante. Non a caso è così anche in Grecia». Per combattere il contante il Parlamento ha ascoltato le parti, il governo valuta gli incentivi fiscali. Non sempre si procede tutti nella stessa direzione: c’è chi propone una tassa sui versamenti oltre una certa soglia e chi di innalzare da 1.000 a 3.000 euro il limite per i pagamenti in contante. Ecco qualche proposta di banche, consumatori, emittenti.
Le possibili soluzioni
«Piuttosto che con norme vincolanti bisogna agire su più linee strutturali», dice l’Associazione bancaria italiana che ne propone tre: 1) La pubblica amministrazione usi per prima i mezzi di pagamento elettronici; 2) S’introducano incentivi fiscali che abbiano un’interazione virtuosa tra interessi potenzialmente contrastanti, dunque sia a chi paga sia a chi riceve il pagamento in forma elettronica: in Corea è stato fatto e l’emersione dal sommerso ha determinato un introito per il Fisco superiore agli incentivi; 3) Serve un’operazione culturale che dica ai cittadini che le carte sono sicure e accelerano la trasparenza.
Sul «doppio incentivo» concorda Mastercard: «Sgravi fiscali sì, ma ai clienti e non solo ai commercianti. Per esempio, una riduzione del 2% sull’Iva quando si paga con la carta, o deduzioni a fine anno con l’estratto conto della carta. In Sud Corea e Argentina misure così hanno ridotto l’evasione fiscale».
Anche Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo, sentito il 28 gennaio dalle Commissioni riunite Finanze e Attività produttive alla Camera, parla di incentivi ai clienti: «Due proposte concrete: la defiscalizzazione per l’utilizzatore delle carte, con restituzione di parte della spesa, e dell’estratto conto, con eliminazione del bollo. E il consumatore non paghi commissioni aggiuntive se usa le carte di pagamento». I dati sono disomogenei ma concordi: sulla moneta elettronica l’Italia è davvero in coda. Più di otto pagamenti su dieci (82%) avvengono ancora per contante, contro i sei su dieci (64%) della media Ue. E nel 2013 sono stati 74, in un anno, i pagamenti per abitante senza contante (sempre fonte Bce). È un terzo della media dei Paesi di area euro (203). Con le sole carte di credito, le transazioni annue pro-capite in Italia scendono a 30 contro le 76 dell’Ue. Meno di tre al mese. Pari alla Russia, più della Cina (dieci).
Nel 2013, dice Banca d’Italia, erano 1,6 milioni i Pos, i terminali per le carte di pagamento: +6% in due anni, fra il 2011 e il 2013. Ma nel periodo sono cresciute solo dello 0,2% le transazioni con carta di credito; un po’ meglio Bancomat e Postamat: +25% in due anni (dal terzo trimestre 2012 al secondo 2014). I negozianti dicono che accettare le carte è una spesa. I consumatori ribattono che se pagano in contanti hanno lo sconto e che le carte di credito costano anche a loro (ma per la spesa l’unico costo è il canone). «Continuano le lamentele sulle commissioni aggiuntive sui pagamenti con carta online — dice Martinello —. L’Antitrust sta valutando le nostre segnalazioni. Inoltre il consumatore ha diritto di usare la carta per ogni pagamento oltre i 30 euro, ma piccoli commercianti, artigiani e professionisti sono restii. Vanno convinti a installare un Pos, più sicuro del contante e non caro come appare» (25-60 euro all’anno per i Pos innovativi e 120-180 per quelli tradizionali, ha chiarito il ministero dello Sviluppo).
Il terminale obbligatorio
È da luglio che c’è l’obbligo di accettare i pagamenti con carte sopra i 30 euro, ma non ci sono sanzioni e introdurre una multa è ritenuto complicato al Tesoro, perché richiederebbe una struttura dedicata. «Secondo le nostre stime, la quota di terminali sta salendo per il successo del Pos mobile — dice Ernesto Ghidinelli, responsabile credito Confcommercio —. Ma il problema sono le commissioni all’esercente (0,5-0,7% per il Bancomat e 1-4% per la carta di credito, ndr ). Le commissioni, poi, sono applicate al prezzo comprensivo di Iva. Vanno ridotte sotto l’1%». Ci si attende una spinta al ribasso dall’appena approvato Regolamento Ue sulle commissioni d’interscambio, che dal 2016 metterà un tetto alle transazioni tra banca e banca (0,3% con carta di credito, 0,2% con il Bancomat). «I commercianti non avranno più alibi — dice Mastercard —. Ma possono aumentare i costi per i clienti: alcune banche, per compensare la perdita, stanno già studiando l’aumento del canone» .
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