Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

«Contano i marchi, non la nazionalità»

«A noi di Chrysler non ci voleva nemmeno la General Motors? Steven, mi spezzi il cuore!». Sergio Marchionne approfitta del convegno organizzato dalla Brookings Institution, il centro studi più autorevole di Washington, per celebrare il quinto anniversario del salvataggio governativo di General Motors e Chrysler, per togliersi qualche sassolino dalla scarpa: ha sempre ringraziato Barack Obama per avergli dato fiducia. Ma si capisce che i rapporti con l’Amministrazione all’inizio non sono stati facili: alla General Motors era stata data la certezza del salvataggio con l’ingresso dello Stato nel capitale, mentre «a noi vennero dati solo prestiti con un alto tasso d’interesse: ci siamo dovuti conquistare il diritto di esistere. È andata bene così: non potevo fallire, avrei perso la reputazione, l’unica cosa che possedevo» nota Marchionne davanti ai funzionari della Casa Bianca che guidarono la task force per il settore dell’auto, l’unico vero successo industriale dell’era Obama. Ma poi aggiunge: «Io avrei messo anche la Gm in condizioni di dover combattere per sopravvivere come fu fatto con noi. Magari sarebbero stati costretti a fare scelte più radicali, a rinnovarsi in fretta, come abbiamo dovuto fare noi che eravamo al guinzaglio e non avevamo alternative». 
Grazie all’intervento del governo tanto la Chrysler quanto la Gm si sono salvate e sono state rilanciate, tornando redditizie. Ma al seminario di Washington, aperto dall’ex consigliere economico di Obama, Larry Summers («la storia ha dimostrato che le nostre sono state scelte rischiose ma giuste») e durante il quale sono intervenuti gli uomini di quella task force a partire dall’ex capo, Steven Rattner, la General Motors non c’è: finita sotto i riflettori per lo scandalo delle vetture difettose ritirate tardivamente dal mercato, pesantemente multata dallo stesso governo che l’aveva salvata, l’azienda di Detroit proprio ieri ha annunciato un altro richiamo di 2,4 milioni di vetture con difetti di produzione. Con queste sono ben 15 milioni le auto che Gm ha deciso di far rientrare in fabbrica dall’inizio di quest’anno.
All’inizio Marchionne non infierisce e, anzi, dice che quello dei veicoli difettosi è un problema per tutti. Ma poi si lascia andare a qualche critica sulla gestione Gm, anche se dice di non voler parlare della concorrenza. Ma, soprattutto, spiega le strategie di Fiat-Chrysler e illustra la nuova filosofia della multinazionale: «Siamo un gruppo che sarà quotato a New York e con sede a Londra. Dove non produrremo nemmeno un’auto, mentre gli stabilimenti saranno altrove», nelle Americhe, in Italia, nel resto d’Europa, in Asia. «Perché la nazionalità delle aziende non conta più. Conta solo quella dei marchi. La Ferrari, ad esempio, non può che essere italiana. Una Ferrari fatta in Cina non è una Ferrari». Poi Marchionne gigioneggia un po’ sulle vetture elettriche che, notoriamente, non lo convincono: «Le facciamo, sono ottime, ma mi auguro che nessuno di voi compri una Fiat 500 elettrica: su ognuna di quelle che vendo negli Usa perdo 14 mila dollari. Per adesso nessuno guadagna con l’elettrico, salvo la Tesla che fa solo quello. L’ibrido, invece, ha un futuro più chiaro, entro il 2025 coprirà almeno metà del mercato».
Quanto alla limitata penetrazione della 500 a benzina in America, il capo di Fiat-Chrysler tira in ballo le scelte del governo: «Portare sul mercato Usa una city car a basso consumo era una condizione posta per approvare il salvataggio di Chrysler. Abbiamo accettato altrimenti il piano non sarebbe partito, ma la 500 è un’icona, un simbolo, non potrà mai essere un’auto di massa, almeno negli States». Ma poi Marchionne torna sulla nota dolente della disparità di trattamento con Gm al momento del salvataggio: molti, dice, pensavano che non ce l’avremmo fatta, che non valeva la pena di rischiare sul salvataggio della Chrysler. «Summers era dubbioso, oggi dice che è stata fatta la scelta giusta e ne sono felice». Certo, aggiunge l’amministratore delegato del gruppo italoamericano, allora venimmo trattati come quei neonati con problemi gravi che vengono lasciati nella culla per vedere se ce la fanno da soli a sopravvivere. «Il governo aveva anche un piano B, fondere Chrysler nella Gm. Non è successo perché molti si opponevano. E pure il sindacato voleva una Chrysler autonoma. L’hanno spuntata: bene così».
Potrebbe essere la conclusione del convegno, ma il puntiglioso Rattner non lascia l’ultima parola al capo di Fca: «Sergio, è vero, non ci credevamo, vedevamo una Chrysler moribonda. Ma sull’unione delle due aziende sbagli: più che per l’ostilità dei sindacati, non si è fatta per l’opposizione di GM il cui capo di allora, Wagoner, era fieramente contrario».
Respinti da un’azienda oggi in un mare di guai e da un capo poi licenziato? E’ un attimo, Marchionne non resiste a far calare col suo sarcasmo il sipario sul seminario dei super esperti: «Non ci ha voluto nemmeno la General Motors? Steven, mi spezzi il cuore!»

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

L’esordio di Andrea Orcel come ad di Unicredit, uscita con un utile trimestrale doppio rispetto al...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Vittorio Colao, ministro per l’Innovazione tecnologica, non fa suo il progetto per una rete unica ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Un blitz della Ragioneria generale dello Stato evita un "buco" di 24 miliardi nel decreto "Sostegni ...

Oggi sulla stampa