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Conta solo la tariffa giudiziale

 

MILANO – Il compenso per lo studio che assiste il curatore fallimentare va liquidato secondo le tariffe giudiziali e non professionali. Lo chiarisce la Cassazione che, con la sentenza della Seconda sezione civile depositata ieri, ha respinto il ricorso presentato da uno studio di consulenti del lavoro che aveva collaborato con un curatore fallimentare nell'attività di predisposizone dei prospetti paga del personale dipendente di una spa dichiarata fallita. Lo studio si era visto liquidare una somma valutata del tutto inadeguata rispetto all'attività effettivamente svolta e neppure vicina ai massimi di una tariffa già di per sè da ritenere datata.

La Cassazione ha però considerato corretta la valutazione del giudice delegato che ha qualificato l'operato dello studio di consulenza oggetto della domanda di liquidazione come quella di coadiutore. E quest'ultima è una figura disciplinata dalla legge fallimentare all'articolo 32, comma 2 che integra l'attività del curatore e si configura come ausiliario del giudice, con la conseguenza che il suo compenso deve essere determinato in base alla tariffa giudiziale prevista per i periti e i consulenti tecnici e non invece sulla base della tariffa professionale che presuppone un rapporto di lavoro autonomo tra il fallimento stesso e il professionista.

«Il coadiutore – osservano i giudici – svolge un'attività di collaborazione e assistenza nell'ambito e per gli scopi propri della procedura rientranti sotto il dominio delle competenze e delle attribuzioni del curatore, lì dove, invece, il professionista officiato di una prestazione di lavoro autonomo opera, per differenza, in ogni altro settore, allorché il fallimento, per la soluzione di problemi ulteriori ed eventuali, necessiti di un'attività di tipo specialistico che il curatore non è chiamato a espletare e di cui pertanto non risponde in via diretta».
 

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