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I consumi nel lockdown fanno salire l’inflazione nel carrello della spesa

Inflazione zero, salari zero. Cosa succede quando i prezzi non salgono o addirittura diminuiscono e ci sono 10 milioni di lavoratori del settore privato – dagli alimentaristi alla sanità – che attendono il rinnovo dei loro contratti, alcuni da anni? In base al Patto per la fabbrica, firmato da tutte le parti sociali nel 2018, il trattamento economico minimo dei contratti collettivi nazionali italiani è legato all’andamento dell’Ipca (indice prezzi al consumo armonizzato per i paesi Ue) al netto dell’energia, l’indice dei prezzi al consumo armonizzato europeo, misurato da Istat. Ma se questo è negativo, come accaduto quest’anno per 3 mesi su 8, cosa si fa? Si tagliano i salari?
In agosto l’Ipca era a -0,5% sul 2019. Ma le sue componenti raccontano un’altra storia. Alimentari: +1,4%. Alimentari non lavorati: +2%. Alcol e tabacchi: +2%, Abbigliamento e calzature: +3,4%. Istruzione: +1,3%. Alberghi e ristoranti: +0,4%. Così anche mobili e servizi per la casa: +0,4%. Salute e medicine: +0,3%. Se dunque proviamo a fare una previsione sull’anno (inflazione acquisita) siamo in deflazione: -0,6%. Ma la “percezione” e anche gli scontrini raccontano una storia diversa: inflazione.
«Sembra un discorso tecnico, ma l’impatto sulla vita delle famiglie e dei lavoratori è notevole», ragiona Andrea Garnero, economista Ocse. «Il tasso dell’inflazione, come altri indicatori, ha risentito molto del Covid-19. I pesi attuali nel paniere Istat non riflettono i beni davvero consumati nei mesi di pandemia e la loro importanza nel bilancio familiare ». Basta fare qualche esempio. «Durante il lockdown il consumo di benzina, auto, spettacoli e ristoranti è stato nullo o quasi. E anche dopo, con la ripresa, resta inferiore al passato. In compenso, la spesa per alimentari o la cura della casa si è ampliata. Acquisti spesso più costosi, specie nelle zone non urbane, perché si è preferito il negozio di vicinato anziché lo store più distante, ma conveniente. Anche il commercio online è cresciuto improvvisamente e in modo significativo ».
Nulla di tutto questo è stato catturato dall’indice Ipca. Non così in Francia. «L’ Insee – racconta Garnero – ha introdotto per la prima volta indici di inflazione alternativi che tenessero in debito conto la variazione del tipo di beni effettivamente consumati nei mesi recenti». Il risultato è strabiliante. In aprile l’inflazione “ufficiale” è risultata pari a +0,3% ma quella “alternativa” a +1,4%, quasi 5 volte più alta. «Poiché in Francia il salario minimo legale è indicizzato all’inflazione, con i dati di aprile la differenza tra le due stime comporterebbe un aumento di 180 euro delle retribuzioni ». Questo «non significa che l’indice Istat sia sbagliato, solo che ha dei limiti strutturali». E che bisogna tenerne conto quando si rinnovano i contratti.
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