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Consumatori, si valuta sempre se la clausola è vessatoria

Il carattere abusivo di una clausola inserita in un contratto di credito al consumo deve essere accertato dal giudice anche nella fase di esecuzione. E questo anche se si è formato il giudicato. Lo afferma la Corte di giustizia dell’Unione europea nella sentenza depositata ieri (C-49/14) su rinvio dei giudici spagnoli chiamati a risolvere una controversia tra un consumatore che aveva stipulato un contratto di prestito per l’acquisto di un veicolo e un istituto di credito che aveva concesso il finanziamento.
Al mancato pagamento delle rate, la società aveva risolto il contratto e chiesto al tribunale di avviare un procedimento d’ingiunzione. Solo dopo l’emissione dell’ingiunzione e la richiesta di adozione dell’ordine di esecuzione, il Tribunale spagnolo ha chiesto aiuto alla Corte Ue sull’interpretazione della direttiva 93/13 sulle clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, recepita in Italia con Dlgs 206/2005 contenente il codice del consumo.
La Corte riconosce che la normativa Ue non armonizza i meccanismi nazionali di esecuzione forzata. Di conseguenza, ogni Stato ha piena libertà, sulla base del principio di autonomia processuale, nella scelta delle regole interne sull’esecuzione. A patto, però, che sia rispettato il principio di equivalenza e di effettività per evitare che, in pratica, sia impossibile o eccessivamente difficile per un consumatore far valere il diritto Ue sul piano interno. La chiusura di un procedimento di ingiunzione senza un accertamento compiuto d’ufficio dal giudice sull’eventuale presenza di clausole abusive è, quindi, contraria alla direttiva 93/13. Ogni protezione fornita al consumatore, senza l’accertamento della natura abusiva di alcune clausole, sarebbe priva di effettività con la conseguenza che le clausole contrattuali non negoziate individualmente e abusive potrebbero produrre effetti a danno della parte debole ossia il consumatore. Una conseguenza inaccettabile che porta la Corte a incidere sui sistemi processuali nazionali e, in particolare, sulle modalità di attuazione del principio dell’autorità di cosa giudicata, richiedendo un controllo d’ufficio «della potenziale natura abusiva delle clausole inserite in un contratto». Questo anche quando la decisione sull’ingiunzione ha natura di «cosa giudicata» e il procedimento è già nella fase di esecuzione. È vero, infatti, che anche le modalità di attuazione dell’autorità di giudicato rientrano nella competenza degli Stati, ma gli obblighi di rispettare i principi cardine del diritto dell’Unione ossia equivalenza ed effettività vanno sempre garantiti.

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