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Consumatori, legali sugli scudi

Avvocati protagonisti nelle associazioni dei consumatori. Il 50% delle attività associative è occupato da attività precontenziose e giudiziali. Altre invece investono su forme alternative e originali di risoluzione delle controversie. In entrambi i casi, l’assistenza legale gioca un ruolo determinante. Lo evidenzia il rapporto dell’Osservatorio sui consumatori realizzato dall’Istituto per la Competitività (I-Com), think tank guidato da Stefano da Empoli, e presentato ieri a Roma, che fotografa lo stato dell’arte del consumerismo in Italia.

Dal rapporto emerge che la crisi favorisce la crescita delle associazioni consumeristiche. Crescita di numeri, anzitutto, con 1 milione e 375 mila iscritti alla fine del 2011 (12 mila in più rispetto alla fine del 2010 e ultimo dato a disposizione) concentrati soprattutto al Centronord, tra Lombardia (245 mila), Lazio (148 mila), Veneto (132 mila) ed Emilia Romagna (125 mila). E poi una crescita strutturale (con il 47% delle sedi territoriali nel Meridione), economica (con un fatturato superiore a 50 milioni di euro) e, soprattutto, di qualità dell’offerta. Tra i tanti, un dato colpisce l’attenzione: è grazie al buono stato di salute del settore che l’offerta ai consumatori oggi è più varia.

Più offerta significa maggiore professionalità della forza lavoro. A fronte di 1 milione e 400 mila cittadini iscritti alle associazioni, oggi il settore impiega un esercito di alcune migliaia di professionisti e volontari, con formazione e percorsi professionali molto diversi. Tra questi, un ruolo centrale lo hanno gli avvocati.

Per misurarne l’impatto il rapporto insiste soprattutto sul «tasso di presenza» degli avvocati all’interno delle associazioni. Due i casi. Il primo è quello in cui gli avvocati occupano tutti i posti chiave. Generalmente in questa ipotesi le sedi dell’associazione sono domiciliate presso uno studio legale (circostanza che, sostiene il rapporto, aiuta a spiegare la prevalenza di sedi nel Mezzogiorno rispetto al Centronord). In altre associazioni invece gli avvocati presidiano soltanto specifiche funzioni associative.

Di qui nascono una serie di differenze tutt’altro che marginali. Sul punto il rapporto è chiaro: non poche associazioni puntano il dito contro le partnership troppo strette con gli avvocati. Situazioni ambigue, sostengono le voci critiche, in cui quelli che sono a tutti gli effetti studi legali si «camuffano» da associazioni per raccogliere un maggior numero di clienti. Sarebbero queste associazioni «a trazione giudiziaria», le chiamano così i critici, a proporre un consumerismo essenzialmente giustizialista. Ed è sempre per questo motivo che molte associazioni preferiscono diversificare il più possibile i ruoli. Da una parte gli attivisti, dall’altra gli avvocati, con cui si creano rapporti ad hoc. A volte si scelgono le convenzioni, altre volte i codici etici o le carte di servizi. In questo modo le associazioni evitano scomode sovrapposizioni di ruoli e competenze, e non rinunciano alla preziosa assistenza professionale degli avvocati.

Anche per quanto riguarda le strategie il rapporto di I-Com mette in luce una netta polarizzazione tra favorevoli e contrari alla difesa giudiziale dell’utente. A seconda dei casi, la litigation può essere considerata un passaggio obbligatorio (o quasi) della strategia di difesa del consumatore, o piuttosto l’extrema ratio. Stesso discorso per la costituzione di parte civile. Spesso, per ammissione degli stessi intervistati dagli autori del rapporto, la costituzione serve per fare pressione sull’azienda. In altri casi è finalizzata solo a richiamare l’attenzione dei media sul caso, o piuttosto a garantire ristoro economico al consumatore.

Quando poi l’associazione mette in pratica una strategia alternativa, che quindi non punta tutto sul contenzioso, le attività più importanti diventano la sensibilizzazione e l’informazione. In questi casi sono protagoniste le attività di customer care, come gli sportelli al pubblico o il web assistito, o le iniziative mirate. Le chiamano «pronto soccorso al cittadino» e, tutto sommato, la loro funzione è proprio quella: offrire prima assistenza al consumatore.

Nota dolente, infine, per l’azione di classe. Tutte le associazioni intervistate dagli autori del rapporto concordano nel ritenere l’azione collettiva risarcitoria uno strumento prezioso. Tutte però condividono l’idea secondo cui la farraginosità con cui il Legislatore ha disciplinato lo strumento ne rende difficile l’utilizzo. In questo caso non è merito o demerito degli avvocati. È la legge che rende difficile fare un uso della class action efficace come negli Stati Uniti. Ed è per questo che da noi fa più notizia un’azione di classe andata in porto (l’ultima di pochi mesi fa: il tribunale di Napoli ha riconosciuto il risarcimento a favore di un gruppo di turisti da parte di un tour operator) rispetto alle tante, troppe, che si perdono lungo la strada.

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