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Consulta, Tesauro presidente Sarà in carica una sola udienza

Il professor Giuseppe Tesauro — napoletano di quasi 72 anni, esperto di diritto internazionale e comunitario, giudice costituzionale dal novembre 2005 — si è eletto ieri presidente della Consulta. Lo scrutinio fra i tredici giudici in carica (ne mancano due perché dalla fine di giugno il Parlamento in seduta comune non ha ancora scelto i due nomi che gli spetta indicare) è finito sette a sei, e dunque il suo voto è risultato determinante. Così come determinante è stato, secondo le indiscrezioni di «radio Consulta», il non voto a proprio favore dell’altro concorrente Alessandro Criscuolo, che s’è fermato a sei preferenze. Sono stati dunque i due candidati in lizza a sancire l’esito della votazione e determinare l‘opzione finale per una guida di breve durata (appena tre mesi) rispetto a quella «lunga» di tre anni. 
Il neopresidente rimarrà in carica fino all’inizio di novembre, quando scadrà il suo mandato alla Consulta; e fino ad allora avrà il tempo di presiedere una sola udienza, poiché per la trattazione delle cause bisogna garantire almeno due mesi di attività. Una situazione molto particolare, che aveva spinto un altro giudice costituzionale nelle stesse condizioni di Tesauro, Sabino Cassese, a ritirarsi ufficialmente dalla corsa. Lui invece no. E subito dopo l’elezione spiega di non provare alcun imbarazzo: «Rispetto al problema della durata la mia posizione è neutra, e non mi sento un presidente dimezzato. Del resto la mia concezione di questa funzione è quella di mero coordinatore, un primus inter pares , e ci sono stati presidenti anche per periodi più brevi di quello che tocca a me. La metà è rimasta in carica meno di un anno, e si tratta di nomi importantissimi. Sono in ottima compagnia».
È stata proprio questa pratica di nominare il più anziano ad essere ripetutamente criticata; perciò quasi la metà dei giudici attualmente in carica, sei contro sette, ha votato per Criscuolo che garantiva una conduzione di tre anni. Replica Tesauro: «Io ho grande riguardo per le scelte dei miei colleghi, sia quelli che mi hanno votato che quelli che non l’hanno fatto. Prima di avanzare la mia candidatura ho fatto il giro delle loro opinioni, e quando ho visto che c’erano consensi sul mio nome ho deciso di propormi; se altri hanno svolto considerazioni di altro genere e agito diversamente li rispetto, ma non mi scandalizzo per la situazione che si è creata. Tutto il resto è fantasia, lasciamola esercitare a chi ne ha voglia, anche all’interno della comunità costituzionale».
Per il neopresidente che si definisce «operaio del diritto», non c’è nulla di male o di strano che la quarta carica dello Stato appena nominata resti al suo posto per tre mesi comprese le ferie estive. Anche perché, sostiene con verve partenopea, non accumula privilegi: «Per la mia pensione lo Stato non verserà una lira in più, io sono anziano e mi esprimo ancora con la vecchia moneta; quanto alle quattro segretarie e cinque automobili, sono solo invenzioni, più che smentirle non posso fare. Gli ex presidenti non hanno nemmeno una stanza a disposizione, perché in questo palazzo la funzionalità è sconosciuta».
Al di là delle coloriture, la questione posta dai sei giudici che hanno spaccato la Corte (e probabilmente anche da Criscuolo, che però deve aver ritenuto che fosse più elegante non votare per sé) riguardava l’immagine di una Consulta con una guida salda e duratura, anche come risposta a una politica che a parole si mostra sensibile alle denunce anticasta ma nei fatti non è stata in grado in quasi due mesi di eleggere due giudici costituzionali. È andata diversamente ed è prevalsa l’idea che a novembre, quando oltre ai due giudici di estrazione parlamentare ce ne saranno altri due nuovi di nomina presidenziale, si potrà procedere alla scelta di un presidente di lunga durata da parte di un organismo con l’organico al completo.
Nel frattempo tocca a Tesauro, che sulle riforme costituzionali in discussione si esprime così: «La nostra Carta è bellissima, ma di immodificabile c’è poco. Avrei qualche esitazione a toccare la prima parte, ma la seconda si può perfezionare. Andare veloci per alcune cose va benissimo, mentre per altre è meglio riservarsi una riflessione maggiore, a patto che non ci siano ragioni strumentali. L’importante è chiudere questa fase di revisione con un risultato che vada bene alla maggior parte della nostra comunità sociale».

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