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Consulta: leso il pluralismo sindacale

L’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, riservando le rappresentanze sindacali aziendali (Rsa) soltanto alle sigle sindacali firmatarie del contratto applicato nell’unità produttiva interessata, contrasta con i «valori del pluralismo e libertà d’azione della organizzazione sindacale», sanciti dall’art. 39 della Costituzione. È questa una delle motivazioni con cui la Consulta, con la sentenza del 3 luglio ha dichiarato illegittimo l’art. 19. I contenuti (redattore è il giudice Mario Rosario Morelli) sono stati resi noti ieri. Un’interpretazione che ora spinge la Fiat – secondo quanto riferisce una nota del Lingotto diffusa in serata – ad attendere l’interpretazione dei giudici di merito e a «valutare se e in che misura», questa «potrà modificare l’attuale assetto delle proprie relazioni sindacali e, in prospettiva, le strategie industriali in Italia». Il gruppo automobilistico, inoltre, ha voluto sottolineareche la Corte costituzionale ha «comunque riconosciuta l’interpretazione della norma finora seguita non solo come corretta, ma come l’unica possibile».
Alla base della vicenda ci sono i dubbi di legittimità costituzionale sollevati nei mesi scorsi dai giudici dei tribunali di Torino, Modena e Vercelli, a seguito dei ricorsi presentati dalla Fiom, esclusa dalle Rsa per non avere sottoscritto il contratto di Fiat.
Il comma 1 dell’art. 19 dello Statuto dei lavoratori è stato dichiarato illegittimo perché – secondo i magistrati della Consulta – se si consentisse la rappresentanza sindacale aziendale solo ai sindacati firmatari del contratto applicato nell’unità produttiva, questi «sarebbero privilegiati o discriminati sulla base non già del rapporto con i lavoratori, che rimanda al dato oggettivo (e valoriale) della loro rappresentatività e, quindi, giustifica la stessa partecipazione alla trattativa, bensì del rapporto con l’azienda, per il rilievo condizionante attribuito al dato contingente di avere prestato il proprio consenso alla conclusione di un contratto con la stessa».
Inoltre, se «il modello disegnato dall’art. 19, che prevede la stipulazione del contratto collettivo quale unica premessa per il conseguimento dei diritti sindacali, condiziona il beneficio esclusivamente ad un atteggiamento consonante con l’impresa, o quanto meno presupponente il suo assenso alla fruizione della partecipazione», risulta «evidente», secondo i giudici, «anche il vulnus all’art. 39, primo e quarto comma, della Costituzione, per il contrasto che, sul piano negoziale, ne deriva ai valori del pluralismo e della libertà di azione della organizzazione sindacale». Questo si traduce «in una forma impropria di sanzione del dissenso, che innegabilmente incide, condizionandola, sulla libertà del sindacato in ordine alla scelta delle forme di tutela ritenute più appropriate per i suoi rappresentanti. Mentre, per l’altro verso, sconta il rischio di raggiungere un punto di equlibrio attraverso un illegittimo accordo ad excludendum».
Secondo Enzo Martino, del pool di legali della Fiom «la sentenza è chiara. La motivazione – spiega il sindacalista – sgombra i dubbi sul diritto dei sindacati effettivamente rappresentativi a non essere esclusi se non firmano il contratto ma anche ad essere presenti alla trattativa». A questo punto, aggiunge, «la palla passa ai giudici di merito che «dovranno riconoscere il diritto di Fiom a nominare le proprie Rsa e a vedersi riconosciuti i diritti sindacali previsti dal titolo terzo dello Statuto».
Anche la Fiat, che peraltro ribadisce di avere «solo applicato la legge» attende l’interpretazione dei giudici di merito. «Certamente – spiega la nota del Lingotto – è necessario, come la Corte suggerisce, che il legislatore affronti il problema della rappresentanza garantendo la certezza del diritto e l’uniformità dell’interpretazione normativa».

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