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Consulta, la “sentenza delle donne” dà uno schiaffo al Jobs Act

ROMA — La prima sentenza della Consulta firmata da tre donne, in 65 anni di vita della Corte Costituzionale, assesta una seconda picconata al cuore del Jobs Act, la riforma del lavoro del 2015 voluta dal governo Renzi. Questa sentenza numero 150 del 24 giugno – il cui dispositivo è stato pubblicato ieri non scalfisce il criterio dell’indennizzo al posto dell’abolito articolo 18 – ovvero il reintegro – nei casi di licenziamenti illegittimi, come stabilisce il Jobs Act. Ma smantella l’anzianità di servizio come unico criterio per risarcire il lavoratore e calcolare quell’indennità.
È incostituzionale – dice la Corte – nel caso di licenziamenti illegittimi nella sostanza (la giusta causa non c’è), come la stessa Consulta ha sancito nella sentenza 194 del 2018, demolendo parte dell’articolo 3 del Jobs Act. È incostituzionale anche nel caso di licenziamenti illegittimi nella forma, perché viziati dal punto di vista procedurale – ad esempio la mancata notifica al lavoratore dei tempi in cui presentare una sua difesa – dice ora la Consulta con la sentenza 150 che intacca l’articolo 4 del Jobs Act.
La presidente Marta Cartabia, la redattrice Silvana Sciarra e la Cancelliera Filomena Perrone – che firmano il dispositivo con data 24 giugno 2020 – mettono nero su bianco un principio troppo spesso dimenticato, ma tutelato dalla Costituzione: il licenziamento è sempre traumatico, occorre tutelare la dignità del lavoratore anche quando viene estromesso dal suo posto per giusta causa. Calcolare l’indennità in modo rigido e predeterminato – come dispone il Jobs Act, assegnando al licenziato da 2 a 12 mensilità per ogni anno lavorato – basandosi sull’anzianità come unico criterio è incostituzionale. E rischia di penalizzare i neoassunti, come accaduto ai due lavoratori di Bari e Roma – con meno di 12 mesi di contratto – licenziati giustamente per violazioni disciplinari, ma che non meritano il minimo di 2 mensilità. I giudici del Lavoro – Isabella Calia di Bari e Dario Conte di Roma – hanno dunque rimesso la questione di legittimità alla Consulta che ha dato loro ragione. Ora potranno ricalcolare l’indennità. L’anzianità deve essere criterio prevalente – non l’unico – per determinare l’indennità, ripete dunque la Consulta. Il giudice deve tener conto anche di altri elementi, da sempre previsti nell’ordinamento italiano: la gravità delle violazioni, il numero degli occupati e le dimensioni dell’impresa, il comportamento e le condizioni delle parti. L’indennità forfettizzata dal Jobs Act viola i principi costituzionali di eguaglianza e proporziona-lità: tratta tutti i licenziamenti allo stesso modo e non costituisce adeguato ristoro del danno subito dal lavoratore a causa del licenziamento illegittimo (l’indennizzo cresce solo al crescere dell’anzianità). Inoltre è inadeguata anche nella sua funzione dissuasiva nei confronti del datore che sa di potersela cavare con una somma modesta – soprattutto nei confronti di dipendenti neoassunti – se licenzia pur non avendone i motivi. Il Jobs Act l’ha liberato dall’obbligo di riprendersi il lavoratore. Almeno che il ristoro economico sia giusto e proporzionato.

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